Monreale, sequestrato il panificio Badagliacca. Per tre anni era stato sotto amministrazione giudiziaria. I gestori: “Non abbiamo nulla da nascondere, vogliamo che il paese sappia”

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Monreale, 2 febbraio – Assieme alla ditta di prodotti alimentari Di Fulco di Via Aldo Moro, anche il Panificio/Pizzeria Badagliacca, di Via Linea Ferrata 57/a, è stato posto sotto sequestro dalla magistratura. Dopo avere esercitato per diversi anni l’attività sotto l’amministrazione giudiziaria, da questa mattina i proprietari non potranno più alzare la saracinesca.

La proprietà, secondo gli inquirenti, potrebbe essere riconducibile ai proventi conseguiti illecitamente da Antonino Badagliacca, padre dei gestori, arrestato nel 2009 durante l’operazione Perseo.

I nostri microfoni hanno raccolto lo sfogo dei figli di Antonino. E’ un grido di dolore, lanciato da chi ritiene di avere sempre lavorato onestamente: “Non abbiamo nulla da nascondere, vogliamo che tutto il paese sappia”, si lamenta la signora Badagliacca.

“Questa mattina è arrivato l’ufficiale giudiziario comunicandoci che deve sequestrare tutta l’azienda. Il giudice ha dato queste direttive. Come si stacca la spina ad un malato terminale, così, in un secondo, hanno spento otto famiglie che campavano su questa attività (ditta di prodotti alimentari e panificio/pizzeria, ndr)”.

Oltre alle famiglie dei figli di Antonino Badagliacca, lavoravano anche un pizzaiolo e un garzone che portava quotidianamente il pane presso i supermercati di Palermo.

I Badagliacca vogliono fare sapere che credono nella magistratura, trovano corretta l’indagine svolta, ma ne condannano i tempi: “In tre anni non è stato ultimato neanche il processo di primo grado. Intanto ci hanno privato di tutto. Hanno sequestrato persino il libretto postale dei bambini con i regali della prima comunione”.

La figlia di Antonino fa eco al fratello: “E’ stata sequestrata anche la pensione di una mia zia di 83 anni che, ammalata, aveva rilasciato la delega a mia sorella per riscuoterla. Le hanno sequestrato i risparmi di una vita”.

La famiglia, riunita, non riesce a darsi una spiegazione: “Per tre anni ci hanno fatto lavorare sotto amministrazione giudiziaria. Oggi il sequestro delle attività. Non abbiamo più di cosa vivere. Ci hanno tolto la dignità. Questa non è giustizia. Non possiamo vivere in queste condizioni per una persona che ha sbagliato e che sta scontando la sua pena. Siamo demoralizzati. Quanto dobbiamo ancora aspettare? Vogliamo avere la possibilità di potere vivere nell’attesa che l’indagine faccia il suo corso. Chi ci aiuterà adesso?”

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