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Cronaca

Ricordando Sarina

Un ricordo di frate Mauro Billetta, all’indomani del funerale

Pubblicato il 25 gennaio 2015

Ricordando Sarina

All’indomani del funerale di Sarina rimane come un silenzio interiore.

Non è di un vuoto che si tratta ma del senso di mancanza che evoca dentro tanti ricordi, risonanze, momenti semplici e densi di vita. Non è facile trattenere la commozione ma anche le lacrime raccontano del bene, quello grande, che Sarina ha condiviso con ciascuno di noi.

Dicevamo ieri di come lei non è appartenuta a nessuno proprio perché si è resa disponibile a tutti, senza limite e senza sosta, pur riconoscendosi una “piccola donna”. Quella della mensa accogliente è un’icona che immediatamente mi porta a Sarina, la cucina luogo di ingresso e di soggiorno era lo spazio sacro dell’incontro. Entrarvi era come aprirsi ad un mondo, fare ingresso in un respiro più ampio che ti portava, pur stando dentro quelle mura domestiche, ad attraversare il senso delle cose, i luoghi, i sogni ed i progetti di vita. Sarina sempre capace di ascolto, anche se stanca, era incuriosita e affascinata dall’ospite di turno, anche da chi la collaborava con lei ogni giorno. Non si perdeva in chiacchiere, annuiva piuttosto che mormorare ma era lapidaria nella denuncia così come nell’incoraggiare.

Quanto coraggio e fiducia infondeva Sarina, soprattutto quando coglieva che nei propositi c’era il tentativo di un riscatto di vita, di un osare andare oltre. Lei che di “boccate amare” ne aveva prese, sentiva profondamente il travaglio dell’interlocutore e cercava di sostenerlo anche con il suo silenzio e con il suo sguardo, o con il suo sorriso anche se questo, a volte, celava preoccupazione.

Si è presa pensiero per tanti Sarina, anzi la sua vita era un cercare di risolvere le questioni altrui, da quelle di chi portava un nome e cognome, a quelle di chi abitava un mondo ferito dalle ingiustizie sociali. Spesso ha pagato con l’emarginazione le sue denunce, difendere le cause dei piccoli più volte ha avuto il prezzo della solitudine. Forse questo era uno dei lavori più grandi che le facevano temere di avere “sbagliato tutto”. Lo diceva solo per un attimo, poi ad un nuovo ospite che entrava in casa allora si ricredeva dicendosi no, è qua che devo stare!

In quell’ultimo pranzo di sabato scorso ancora una volta ha manifestato la sua capacità di stare e di amare le cose della vita, ancora voleva sentire i sapori genuini di un po’ di salsa o di un’insalata ben condita e non insipida. È così che la sua vita, a partire dall’essenziale, è stata ricca di sapore, di una sapienza di cui spesso non si è neanche accorta, faceva fatica a riconoscersi tale, ma che subito condivideva come se non gli appartenesse.

In quell’ultimo pranzo due espressioni mi colpirono particolarmente: “il plagio è la cosa più grave, l’omicidio lo puoi combattere ma il plagio no”. Come al solito stavamo facendo un’analisi dei fenomeni sociali e con questa espressione ebbe a manifestarmi un enorme rischio del nostro tempo: quello di consegnare la propria volontà e capacità di ricerca ad altri. Lei, combattente per natura, si rendeva conto di come la dignità umana potesse essere svilita dalla logica dei consumi o da una politica che svuota le coscienze. Riconosco che uno dei più grandi insegnamenti di Sarina è stato proprio quello di favorire il pensiero, la riflessione reciproca e la passione per la conoscenza era la grande ricchezza a cui ci portava Sarina.

L’altra espressione riguardava un luogo di particolare povertà sociale rispetto al quale ebbe a dirmi: “lì trovi inferno e paradiso”. In questo suo dire sorretto dal suo sguardo intenso c’era una profonda verità di vita che, forse, ha contrassegnato il suo cammino. Lei non si è mai tirata indietro, è stata disposta a scendere nei meandri dell’umanità, fino all’inferno pur di incontrare e portare un raggio di speranza.

Un’ultima frase accompagnò quel pranzo prima di congedarsi ed andare a riposare, “la vera sofferenza è quella della malattia, questa è altra cosa”, sapevamo che nelle sue parole c’era un sentimento profondo, per due care compagne di viaggio già in cielo, Rosaria e Piera. Intuisco che il suo dolore per le sofferenze fisiche era subito superato dal ricordo e dall’amore per le persone care, quelle da cui si era dovuta separare ripetendosi “dovevo esserci io lì e non lei”. È il Mistero della vita cara Sarina e oggi ci sei totalmente dentro!

Così è stata Sarina ed è per questo, lo dicevamo durante l’ultima preghiera del venerdì sera, che ascoltare il Vangelo oggi ci riporta sulle sue tracce anzi, attraverso la sua vita, è come se avessimo una lettura ulteriore di quelle pagine così sacre dove Dio incontra ogni uomo.

Grazie Sarina.

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