I boschi vanno a fuoco, Pioppo isolato, la regione non investe. Le proposte dei sindacati

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E’ molto triste il bilancio dell’incendio, l’ennesimo, che ha investito giovedì 10 Luglio l’area di Tavernello, tra Monreale e Pioppo, e che ha comportato la chiusura di un tratto della SS 186.

Più di 30 ettari di terreno bruciati, in un’area che negli ultimi 12 anni è andata a fuoco 7 volte, quasi sempre seguendo la stessa procedura. Da un terreno privato situato a valle della strada statale 186 si sono sviluppate le fiamme, per cause ancora da accertare, che, tramite un grande tubo di drenaggio dell’acqua piovana posto al di sotto della strada, sono arrivate a monte della stessa investendo il bosco. Il vento ha fatto il resto.

Andati in fumo pini e altre conifere, ultimi residui degli incendi precedenti, anche a causa dell’assenza dei parafuochi.

I dipendenti della Forestale ricordano il 2009 come l’anno più devastante per quell’area di bosco. C’era una piantagione di conifere e latifoglie messe a dimora nel 1998. Il bosco stava per ricrescere. Dopo undici anni venne distrutto l’80% del nuovo impianto, bruciarono anche vecchi alberi.

C’è molta rabbia tra gli operai dell’antincendio, troppo spesso stigmatizzati come responsabili degli incendi. Una rabbia che si scaglia anche contro la politica, incapace di porre seri rimedi. Una vecchia legge, la 353/2000, aveva cercato di porre un argine al fenomeno criminale. Troppo spesso disattesa, prevede che venga elaborato il catasto degli incendi, una mappa delle zone interessate dove, per 5 anni dopo l’incendio, non sarà possibile rimboscare, edificare, effettuare un cambio di destinazione urbanistica, anche se in alcuni casi si può andare in deroga alla norma stessa. La legge consente però il pascolo nell’area interessata, un “vulnus della legge”, asseriscono gli addetti ai lavori. Anche perché il fuoco facilita la crescita del pascolo.

Il dito viene puntato anche contro i sindaci, puntuali nell’emissione di ordinanze che obbligano i privati a realizzare opere di ripulitura dei terreni incolti a prevenzione degli incendi, ma latitanti nell’applicare le dovute sanzioni nei confronti di coloro che le disattendono, che sono tanti, troppi.

Un modello vincente, nella lotta ai criminali responsabili di incendi, è quello applicato in Aspromonte negli anni 2000/2005. Tonino Perna, Presidente del Parco dell’Aspromonte, aveva stipulato un contratto, definito di “responsabilità”, con cooperative, associazioni e imprese sociali alle quali venivano assegnate sottoaree del bosco.

In base al contratto il compenso sarebbe aumentato in modo inversamente proporzionale all’ampiezza della superficie percorsa dal fuoco. Tanto più integro il territorio a fine stagione, tanto maggiore la remunerazione. Questa condizione spinse i lavoratori a svolgere, oltre all’attività di spegnimento, la vigilanza itinerante continua, 24 ore su 24, e fece registrare in 5 anni un abbattimento della superficie incendiata del 90%, su 80.000 ettari di bosco e a fronte di un costo di 200 mila euro l’anno.

In Sicilia, nel corso dell’estate 2014, con meno fondi a disposizione per il comparto anti-incendio e con la possibilità di procedere a minori assunzioni, si potranno realizzare, e con notevole ritardo, solo il 20% dei parafuochi necessari.

La soluzione prospettata da molti sindacati consiste nell’impiegare in maniera razionale gli LTI, gli agenti tecnici, il personale amministrativo, gli operatori dell’antincendio (assunti ma non operativi perché sprovvisti dei dispositivi di prevenzione dagli incidenti), per attività di prevenzione e vigilanza (basterebbero scarpe antiscivolo e abiti ad alta visibilità per evitare incidenti con mezzi in circolazione). I punti sensibili da monitorare sono già previsti dal piano regionale antincendio, oltre che noti grazie all’esperienza sul territorio: Piano Tavernello, Valle Corta (Casaboli), la manca di Aglisotto, contrada Agrifoglio.

La vigilanza sul territorio, associata al monitoraggio svolto dalle torrette, costituirebbe il vero deterrente per le attività criminali.

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