Mons. Michele Pennisi: “Fuori la Mafia dalle Confraternite”. L’intervista

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Solo alcuni giorni fa il presidente dei vescovi calabresi, Monsignor Salvatore Nunnari, dichiarava alla stampa che “Bisogna avere il coraggio di fermare le processioni”.

L’Arcivescovo di Monreale, Mons. Michele Pennisi, già lo scorso Maggio aveva affrontato di petto la questione, emettendo un decreto per tenere fuori dalle Confraternite religiose gli appartenenti ad associazioni di stampo mafioso.

Mons. Pennisi, da quando si è insediato nell’arcidiocesi di Monreale, il 26 Aprile 2013, ha seguito con particolare attenzione la nascita di nuove Confraternite. “In un paese della Diocesi – racconta l’arcivescovo – alcuni laici, devoti di un Santo, mi hanno chiesto l’autorizzazione a creare una nuova Confraternita. Non avendo riscontrato una reale volontà di manifestare la propria fede, ho chiesto loro di confessarsi, di pentirsi dei peccati e di donare alle esigue casse del Comune i soldi predestinati ai giochi d’artificio”.

E’ un territorio difficile quello di competenza della Diocesi monrealese, troppo spesso al centro della cronaca giudiziaria. 28 comuni, 88 parrocchie, raggruppate nei vicariati di Bisacquino, Carini, Corleone, Monreale, Partinico e San Giuseppe Jato. 230.000 battezzati su una popolazione di 234.300.

Con il decreto emesso il 5 Maggio Mons. Pennisi ha stabilito che negli Statuti delle Confraternite dell’Arcidiocesi “non possono essere accolti coloro che appartengono ad associazioni di stampo mafioso o ad associazioni più o meno segrete contrarie ai valori evangelici ed hanno avuto sentenza di condanna per delitti non colposi passata in giudicato”.

Non tutte le Confraternite hanno accolto la modifica di buon grado. “Alcuni consigli direttivi, con statuti risalenti anche all’800, avevano rivendicato la propria autonomia. E’ sbagliato. Le Confraternite devono invece sottostare al loro vescovo. Ho dovuto allora nominare dei commissari che hanno proceduto con solerzia ad integrare lo statuto”.

Gli statuti delle Confraternite contenevano la sola esclusione per coloro che sono contrari alla fede cristiana. “L’adesione alle organizzazione mafiose per alcuni presidenti non rappresentava quindi un ostacolo. Ho così precisato nero su bianco l’incompatibilità tra l’essere mafioso e la partecipazione alla vita cristiana”.

Per Mons. Pennisi non si tratta solamente di un fatto formale. Per il mafioso farsi vedere vicino alla chiesa è importante.

“Al mafioso non interessa manifestare la propria fede, ma acquisire quella visibilità e quella credibilità sociale che la partecipazione ad una processione con tanto di vestito o di divisa gli concede”.

L’essere allontanati pubblicamente dalla Chiesa assume quindi una profonda valenza. Tanto più la scomunica.

“La scomunica è già presente in alcuni documenti dell’Episcopato siciliano. Il problema è che per notificarla al mafioso questi si deve confessare. Però le parole pronunciate da Papa Francesco a Sibari sono state significative e lo si è visto dalla reazione registrata nelle carceri dai detenuti che hanno disertato la messa. Chi doveva capire ha capito”.

“Già era successo con il cardinale Pappalardo”. Mons. Pennisi racconta un episodio. “Aveva parlato contro la mafia durante un funerale e poi si era presentato in carcere per celebrare la messa con i detenuti. Si trovò dinanzi ad un’aula semivuota”.

“Certi messaggi alla mafia arrivano, e possono suscitare gravi reazioni”. Mons. Pennisi ricorda l’omicidio di don Puglisi e i due attentati in due chiese a Roma, San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano, nell’estate del 1993. “A Maggio Papa Giovanni Paolo II aveva lanciato l’anatema contro la mafia, e i mafiosi avevano reagito”.

L’arcivescovo approfitta di ogni circostanza per affrontare con i giovani la questione del rapporto con la mafia: “Anche durante le Cresime dico ai giovani di esercitare la libertà dei figli di Dio, che è libertà dalla mafia, dal pizzo, dall’usura, dalla droga. Coloro che uccidono o opprimono gli altri con la violenza di stampo mafioso, con il pizzo, con l’usura, con il commercio della droga, anche se partecipano alle processioni, non possono dirsi seguaci e devoti di Cristo ma dell’Anticristo”.

Però la porta della Chiesa non è sbarrata definitivamente per il mafioso che ha ancora la possibilità di redimersi. “Chi è disponibile a cambiare vita, non solo a confessarsi ma a rompere con il sodalizio criminale e a riparare al male fatto, può rientrare nella Chiesa”.

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