Scrutini: non bocciate i ragazzi ma la scuola italiana

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Araba Fenice desk

Sono le parole di don Lorenzo Milani, in “Lettera a una professoressa”.

 

Forse dovrebbero rileggerle tutti quei docenti che in questi giorni di scrutini stanno pensando di bocciare un bambino della scuola primaria, un ragazzo delle scuole medie o un adolescente che si è iscritto ad un istituto professionale.

 

Forse prima di “marchiare” la vita scolastica di un ragazzo dovremmo riflettere su un dato: ci sono istituti dove i bocciati sono più dei promossi e questo accade soprattutto nei professionali. Lo rileva Skuola.net che ogni anno raccoglie i dati delle scuole dove si boccia di più. Nella top ten degli ultimi della classe del 2013, spiccano, oltre all’istituto “Melissa Bassi” di Napoli dove la percentuale di bocciature è stata del 54,5% anche i tecnici “Caracciolo” (53,7%), Serra (44,8%) e il De Cillis (43,7%). Nella classifica spuntano anche il professionale, “Bertarelli” di Milano, il Luxemburg di Roma e il “Duca degli Abruzzi” di Palermo: qui le bocciature viaggiano su percentuali del 50%.

 

Ora dovremmo domandarci: perché così tante bocciature in queste scuole? Chi stiamo fermando?

 

La risposta la troviamo nuovamente nelle parole, anzi nei grafici, di “Lettera a una professoressa”: la maggior parte dei ragazzi bocciati nella prima e seconda media della scuola pubblica del tempo erano figli di contadini. “Quando i professori – scrive il prete di Barbiana – videro questa tabella dissero che era un’ingiuria alla loro onorabilità di giudici imparziali. La più accanita protestava che non aveva mai cercato e mai avuto notizie sulle famiglie dei ragazzi: “Se un compito è da quattro io gli do quattro”. E non capiva, poveretta, che era proprio di questo che era accusata. Perché non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali fra disuguali”.

 

Oggi abbiamo bisogno non di bocciature ma di risorse, di “promuovere” chi non ce la fa.

 

Penso a Simone, che passerà l’estate da solo, senza fare un solo compito, senza leggere un solo libro, senza tappe in un museo. Quest’anno ha portato a scuola poche volte il quaderno, il libro. Per fortuna avevamo i tablet sui quali amava esercitarsi a fare anche grammatica. Se dovessi guardare a quel che sa d’italiano, storia, geografia, inglese avrei dovuto bocciarlo ma a cosa sarebbe servito? Quante volte dovrei bocciare Simone se la scuola non mi dà gli strumenti, le risorse per combattere l’“analfabetismo” di suo padre?

 

Dobbiamo ripartire da qui. Dobbiamo tornare ad investire sugli istituti professionali trasformandoli non in una sorta di ricettacolo dei meno bravi ma in un anello importante della congiunzione scuola – lavoro. Dobbiamo ripartire da una seria riforma della scuola primaria che necessità non di tagli ma di un esercito di maestri che sappiano recuperare Simone, Marco, Marta.

 

Forse, in questi giorni, una volta di più di fronte ad un allievo che perdiamo, dovremmo bocciare la scuola italiana, non quel ragazzo.

Da “Il Fatto Quotidiano” del 10 giugno 2014

 

 

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