Seminario sulla Laicità della Scuola Pubblica, Carla Corsetti: Non si sta combattendo una religione, ma un sistema che ci nega diritti. Terza parte [VIDEO]

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Democrazia Atea non è un partito che si occupa di ateismo in riferimento alla condizione personale del pensiero”, esordisce Carla Corsetti, ”ma è un partito che vuole perseguire l’obiettivo di far sì che le istituzioni siano atee e cioè che nessuna istituzione pubblica possa fare riferimento a qualsivoglia forma religiosa ed è per questo che per Democrazia Atea il principio di Laicità è il più importante, è quello che ha sollecitato la nostra razionalità nel momento in cui abbiamo deciso di fare politica e nel momento in cui abbiamo preso atto che la società italiana è carente rispetto soprattutto ad una cultura attorno al principio di laicità, che sovraintende tutta la Costituzione italiana”.
Con un lungo e completo excursus, Carla Corsetti, parte dal “Patto Fondativo”, la nostra Costituzione, che definisce “laico” il nostro Stato, passando dai Patti Lateranensi stipulati da Mussolini nel 1929, fino ad arrivare alla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo e alle recenti sentenze del TAR che ribadiscono con fermezza la laicità della scuola pubblica italiana.

I rapporti tra i due Stati, italiano e vaticano, si fondano su un principio pattizio che ha valenza costituzionale, che, se deve essere modificato, ha bisogno della procedura dell’articolo 138 di modifica come tutti gli altri articoli della Costituzione. “Quella che interviene nel 1985 con Craxi è una legge ordinaria, le leggi ordinarie le fa il Parlamento, quindi significa che è il principio pattizio che ha valenza Costituzionale, ma tutte le norme a seguire devono poter essere modificate e modificabili dal parlamento”, continua la Corsetti, “perché questo non accade? La matrice che impone ai nostri politici di non intervenire con legge ordinaria su tutte le regolamentazioni che noi abbiamo con lo Stato del Vaticano, che matrice è, se non di ‘collusione mafiosa e criminale’? Per mantenere questi Patti è necessario che la popolazione sia ‘ammorgiata’, cioè completamente sottomessa, incapace di avere senso critico, incapace di ribellarsi, incapace di comprendere a pieno quali sono i suoi diritti e fino a che punto può spingersi per poterli pretendere e farli valere”. 

Naturalmente, l’attenzione si sposta sulle scuole “Le masse vengono ‘massificate’ nella scuola. La scuola italiana deve continuare ad essere laica, e questo significa che alcune manifestazioni di ritualità religiosa all’interno della scuola italiana non possono entrare, da sempre e non da adesso. Il TAR dell’Emilia Romagna, ha fatto una sentenza ‘guida’, ed è una sentenza nella quale si dice che i culti non possono essere portati all’interno delle scuole: il precetto pasquale, la messa di Pasqua, la messa del Patrono; non possono essere portate all’interno delle scuole perché ce lo impedisce la Costituzione, non ce lo impedisce il nostro personale ateismo. Il nostro faro è la Costituzione che ci impone di avere rispetto per la ‘differenza’, per il ‘pensiero diverso’, che all’interno della scuola deve poter convivere… Noi abbiamo sostenuto che questa materia all’interno della scuola non potesse essere completamente disattesa, la religione è una espressione dell’umanità doveva quindi essere una materia di studio… ma dovesse essere affidata a professori di antropologia. 
Il fenomeno religioso è un fenomeno umano e va affrontato sotto il profilo antropologico non sotto la sfera individuale, quello è un ambito soggettivo all’interno del quale nessun insegnante deve entrare.

I nostri strumenti sono quelli del diritto che ci danno indicazioni su come poterci muovere e cosa poter fare quando ci si trova in condizione di prevaricazione, perché l’ingerenza clericale all’interno della scuola italiana non è un’ingerenza formativa, con la finalità di creare una società migliore, è una forma di prevaricazione, non lo dico io, ma son tra di loro che si chiamano ‘pecore’, non è un caso, vogliono una popolazione di ‘pecore’.

Le pecore non hanno autonomia critica, si chiamano gregge, il loro capo si chiama pastore, c’è una modalità di utilizzo di certi linguaggi che non può essere taciuta e non possiamo nemmeno rimanere indifferenti.
Noi non vogliamo sentirci massificati, è una espressione che non ci appartiene e cerchiamo di fare il possibile per non trasmettere questa sudditanza morale alle giovani generazioni che incontriamo, come genitori e come insegnanti, perché la responsabilità dell’insegnante è superiore a quella di altre categorie professionali”.

La Corsetti richiama ancora l’importantissima sentenza del TAR dell’Emilia Romagna che opponendosi a una ritualità all’interno della scuola, ha chiarito in una maniera indelebile che gli atti di culto, le celebrazioni di riti e le pratiche religiose, non sono cultura religiosa. “La cultura religiosa è la cultura di insegnare le storie dei popoli, le modalità con le quali si sono rapportati alla divinità, come attraverso le religioni si sono rapportate agli altri popoli e bisogna farlo sotto un aspetto antropologico, storico e sociologico, questa è la cultura religiosa che deve essere insegnata e conosciuta, la ritualità è altro, è il colloquio rituale che il credente ha con la propria divinità; quale? Sempre e solo la cattolica? 
E ricorda il “manifesto della razza” contro gli ebrei firmato da Agostino Gemelli e da Giovanni XXIII, “perché le prime forme di discriminazione e di razzismo partono dalla religione”, afferma.

La Corsetti fa riferimento alla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo cui aderiamo e alla libertà religiosa che è uno dei principi fondamentali contenuti nella Convenzione: “dobbiamo fare riferimento all’articolo 9 che tutela la libertà di religione, ma quello che viene trascurato costantemente è l’articolo 14, proprio quello della discriminazione, che nelle scuole italiane c’è, perché quella che viene definita come religione di maggioranza, e quindi come quella che viene veicolata maggiormente nei programmi scolastici, è di per sé discriminatoria nei confronti di tutte le altre religioni che non trovano lo stesso ingresso e che vengono emarginate in una serie di iniziative di cui non se ne tiene conto. Quindi insistere sulla libertà di religione senza contemporaneamente dichiarare di voler invocare l’articolo 14 che è quello della non discriminazione significa fare sempre un lavoro a metà”. 
Il problema della discriminazione in Italia ci riporta sempre alla Costituzione, dunque “noi stiamo richiamando al dovere di rispettare la Costituzione. Le sentenze del TAR richiamano la Costituzione e se si annulla un procedimento e lo si dichiara illegittimo è perché ha violato un principio costituzionale”. 

Si è cercato di far passare che “le messe, i riti, le processioni, in combutta con i dirigenti scolastici compiacenti, potevano essere approvate ed espletate perché rientravano nella casistica delle attività extracurriculari, definite da una legge del ’96 che non è mai stata modificata e che dice quali sono, ed esclude che possano essere ricondotte nelle attività extracurriculari: i riti, le messe, le comunioni, e tutto ciò che riguarda la ritualità cattolica”, afferma la Corsetti.
E per concludere, visto che si parla di minori, accenna alle “Osservazioni conclusive del Comitato per i diritti dell’Infanzia” dell’ONU: “Il Vaticano è sotto osservazione, all’ONU, dal 1992 per la pedofilia e periodicamente i suoi esponenti vengono chiamati a rapporto perché hanno aderito alla Convenzione dei Diritti del Fanciullo, ma hanno aderito solo alla Convenzione e non hanno sottoscritto i protocolli opzionali, perché altrimenti si sarebbero resi responsabili di non averli attuati. Dunque il Comitato per i Diritti dell’Infanzia, periodicamente convoca il Vaticano e gli chiede a che punto è l’implementazione della Convenzione, in altri termini chiede che cosa hanno fatto per tutelare l’infanzia. L’ultimo rapporto è stato consegnato 14 anni fa, e solo lo scorso anno, a novembre, ne hanno presentato uno su sollecitazione dell’ONU. L’anno scorso, infatti, c’è stata una modifica del codice penale nello Stato Pontificio perché l’ONU, che aspettava l’implementazione, gliel’ha sollecitata, ordinando di presentare una relazione a novembre del 2013. Quindi qualche mese prima, Bergoglio ha modificato il codice penale, introducendo alcuni reati che prima non c’erano, in occasione dello “scandalo Gabriele”. Nel codice penale hanno aumentato la pena per chi viola gli atti secretati e l’hanno portata a 12 anni di reclusione, gli atti secretati sono anche quelli dei processi per pedofilia!”.

D’altro canto, “Bagnasco ha affermato che i preti non sono pubblici ufficiali e non sono tenuti a denunciare, ma nella Convenzione si dice che i vescovi sono i più responsabili perché non hanno denunciato. Democrazia Atea ha tradotto in italiano la relazione dell’ONU che si trova soltanto sul sito del partito, abbiamo avuto cura e premura di inviarla al ministro, la professoressa Stefania Giannini, richiamando i precedenti della legislazione e giurisprudenza italiana e i nostri precedenti costituzionali” 
“Non si sta combattendo una religione, ma un sistema che ci nega diritti.

La risposta a queste questioni non la si potrà avere in uno o due anni”, conclude la segretaria di DA, “ma con una cultura costante e ripetuta ed è importante che anche un singolo episodio a Monreale, un altro a Lecce, a Firenze, vengano portati all’attenzione dei giornali. Ed è sui giornali la denuncia, alla Corte dei Conti, per danno erariale, ai danni del Comune di Lecce perché i dipendenti avevano fatto il precetto pasquale nella Basilica accanto al Comune dopo che avevano marcato il cartellino, quindi a spese dei contribuenti”.

Bisogna dunque portare all’attenzione dei Tribunali queste problematiche e questi atti possono essere iniziati dal singolo che ha interesse, dai genitori dei bambini dunque e dai sindacati.

 

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