THE BLACK KEYS – THICKFREAKNESS

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tusa big

Ma la sensazione quasi scottante che mi pervase la prima volta che ascoltai i Black Keys non l’ho mai provata. E pazienza se sembro esagerata. I Black Keys non sono i Led Zeppelin ma sono un fiume caldo, il loro irresistibile sound ti pervade sottopelle e ci sta un bel po’.

All’inizio, ma proprio inizio inizio, qualcuno potrebbe pensare “Eh seh una di quelle band del duemila pseudo-indie che blueseggia su melodie trite e ritrite che hanno più di quattro dita di polvere sopra ormai, eccheroba”. Dopo aver ascoltato il loro secondo album del 2003 dal nome Thickfreakness, se ancora facevate gli schizzinosi con il precedente The Big Come Up, miei cari sapientoni, non lo penserete più. Perchè sarete troppo impegnati a far ondeggiare le vostre membra sulla sensuale e corposa voce di Dan Auerbach, che Dio lo benedica.

I Black Keys suonano quello che si può chiamare Garage Blues, rivisitazione in chiave Garage Rock del Blues, nata da un’idea del musicista Jack White sul finire degli anni ’90 (ricordate i White Stripes?). E, come White, hanno talento a valanghe, non essendo nè ripetitivi, nè banali, nè tantomeno polverosi (se a volte lo sono, lo fanno per dare quell’aura retrò, quanto basta, a ciò che stanno suonando). Ma a differenza dall’essere graffiante come quella di Jack, la voce di Dan è, non so come definirlo altrimenti, un’orgasmo, signori. Per ulteriori specificazioni non vi resta che ascoltarli. E la sua chitarra non è da meno.

Thickfreakness è un grande esempio di ciò che questo duo di Akron,Ohio, sa fare (c’è Patrick Carney alla batteria). Il disco si apre con la title track Thickfreakness, introdotta da un selvaggio assolo di chitarra, che sfuma in classiche atmosfere blues molto coinvolgenti, da Midwest americano, mentre la voce di Dan scorre roca e corposa, come nella seguente Hard Row, un blues frenetico dal sound trascinante. Ma è con la scatenata e Rock ‘n’ Roll Set You Free che non si trattengono dal ballare manco le mummie egizie (precisiamo però che i Black Keys non ti fanno solo dimenare ma si fanno soprattutto assaporare).

Le travolgenti e languide Midnight In Her Eyes e Have Love Will Travel ci portano al pezzo chiave dello stile del disco: Hurt Like Mine, dove la voce di Dan se rpeggia febbrilmente tra assoli di chitarra “grezzi” e old style. Non è da meno Everywhere I Go, con un sound sinuoso e un’ ondeggiante chitarra blues assolutamente irresistibile, perfetta. No Trust è frenetica e rockeggiante, che lascia il posto a If You See Me, una delle vette blues del disco, in cui sembra proprio di essere a Detroit negli anni ’50. Hold Me In Your Harms, con la sua linea di chitarra, si ispira ai migliori Led Zeppelin, mentre I Cry Alone è il Blues con la B maiuscola, destrutturata da tutte le sovrastrutture che un brano può avere, nudo e crudo Blues d’annata, incisivo, potente nella sua essenzialità melodica. In realtà, non so bene come recensire un disco dei Black Keys, sia perchè non sono competente, sia perchè i Black Keys per conoscerli bisogna solo ascoltarli, lasciandosi andare al loro sound inconfondibile, bruciante, provocante, grezzo, incapace di invecchiare, una cascata di acqua bollente.

Oh, Dio ti benedica, Dan.

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