Monreale, mostra di fotografia: “Finché il Sole …” Bellezza e dolore umano

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Araba Fenice desk

Sabato 26 aprile, presso l’ex Monastero dei Benedettini di Monreale, sarà inaugurata una mostra di fotografia. Gli scatti di Nicole Guillon si alterneranno con quelli di Giammarco Amici. L’esposizione sarà aperta fino al 16 maggio.

In un mondo nel quale l’arte della fotografia pare spesso si sia allontanata dalla realtà, perché ritenuta oramai troppo banalmente oggettiva, le istantanee bloccate dallo scatto di Giammarco Amici e di Nicole Guillon ci dimostrano come proprio nell’oggettività del reale anche più crudo è insito il seme più autentico dell’emozione introiettiva, teso a cercare di intuire il significato più profondo dell’esistenza umana e della solidarietà.

Due fotografi, due grandi viaggiatori: Giammarco Amici, italiano, e Nicole Guillon, francese. Questa mostra li propone per la prima volta insieme a Monreale.

Le immagini scelte e presentate al pubblico sono sensibilmente diverse tra loro: scenari estremamente realistici quelle del fotoreporter italiano, più oniriche quelle della Guillon, molte delle quali sono ritratti scolpiti con la luce. Allora perché accomunarle? In realtà, ambedue i fotografi creano opere che possono definirsi autentici ‘scatti’ dell’anima.

Pur non ricorrendo a sofisticate manipolazioni di postproduzione e non alterando, quindi, l’immagine nella sua oggettività, sia Amici sia la Guillon seguono un percorso tutto interiore, negli ambienti e nei contesti di un mondo travagliato da guerre o da carestie che è o rappresenta una sorta di iniziazione alla vita nella sua più dolente autenticità e di presa di coscienza sociale: prevalentemente i teatri di guerra del Kosovo e dell’Afghanistan per Amici, la drammaticità africana e i colori dell’Asia per la Guillon.

Questo immortalare paesaggi e figure affonda le proprie radici in quella ricerca del diverso, dello sconosciuto, del misterioso che aveva spinto in cammino l’uomo europeo fin dal Medioevo sui sentieri del Medioriente e dell’Estremo Oriente e, poi, alla scoperta del Nuovo Mondo; lo stesso degli esploratori nell’Africa dell’Ottocento. Il viaggio, quindi, è l’assoluto protagonista comune, l’emozione del viaggiare; un viaggio – per usare la definizione che ne ha dato il noto letterato e saggista Ferruccio Ulivi (1912-2002) – che va inteso come percorso nello spazio dell’immaginario, nel tempo, nell’anima, un pellegrinaggio dello spirito, di omerica e dantesca memoria. Il viaggio è una rottura con la quotidianità, desiderio inappagato di novità, ma anche di presa di coscienza dei disastri della guerra, dell’odio razziale, dello squilibrio tra Paesi ricchi e Paesi poveri del cosiddetto Terzo Mondo, in ultima analisi, un anelito di libertà, di condivisione e di pace.

Il peregrinare di Amici, come quello della Guillon, affonda la sua motivazione, in un certo qual senso, negli orrori della seconda Guerra Mondiale e della Shoah, nella notte oscura dell’anima, sulle ceneri di quel mondo, dal quale, da un lato, nascerà la disincantata risposta esistenzialista, dall’altro la ricerca di nuove religioni e di nuove filosofie verso Oriente, in un contesto di sincretismo globalizzato ‘New Age’.

Giammarco Amici affronta il suo ‘viaggio’ a Dachau, in Kosovo ed in Afghanistan da attento documentarista di guerra e l’immortala in istantanee maggiormente ‘occidentali’ (‘umanistiche’, quindi), fatte di denuncia, partecipazione, curiosità, contemplazione dell’Uomo ancor prima che della Natura, dove il viaggio è finalizzato alla scoperta ‘ultima’ che sta fuori di sé e che poi in sé ritorna, pregna di quell’esperienza vitale. Foto ‘incise’, lapidarie e vigorose, umanissime, rese per macchie intense di colore, che, documentando, ci fanno meditare e prender una posizione etica di fronte all’Umanità e al Mondo. Nell’oggettività stessa dello scatto è insita l’emozione umana. I ‘frammenti’ di vita grama, le immagini di guerra, le contemplazioni ‘dal di fuori’ di dolci scenari naturali o di silenti donne velate dal burqa divengono ‘quadri’ esistenzialisti del nostro tempo, spaccato illuminante e disincantato del grande film della Storia. Amici, attraverso le sue narrazioni di uomini, di popoli e di intere nazioni, ci rende partecipi di una realtà palpitante, incerta, precaria e mutevole come l’attimo e ci costringe alla riflessione. Le sue foto ci restituiscono un ‘frammento’ di realtà non così come è (e, del resto, esiste una realtà oggettiva, assoluta?), ma così come egli vuole che sia da noi veduta, trasmettendoci la stessa emozione sua che in quel preciso istante ha provato. Una rilettura per lo più di recenti conflitti bellici senza mai esporre violentemente in primo piano l’orrore del macabro, ma avvicinandovisi per rimandi, come riflessi di un fuoco devastante di Marte visti in uno specchio, che divengono narrazione esistenzialista ai più alti livelli della cultura e dello spirito. L’Uomo, quindi, al centro della Natura e indiscusso – segnato, grande ma fortemente provato – signore di essa. La sua attenzione, come combat camera, si focalizza sulle conseguenze umane, mostrando i segni violenti che la guerra e l’intolleranza infliggono sulle città e sul territorio, ma soprattutto sui volti delle persone, particolarmente di donne, vecchi e bambini, quei microcosmi attorno agli occhi provati e rilucenti dei quali tutto pare ruotare. E, in ultima analisi, al di là delle apparenze, non molto pare cambiare neppure in quei Paesi, come Zanzibar e Cuba, che sembra vivano un sogno di giustizia.

Il ‘viaggio’ di Nicole Guillon, invece, rivolgendosi alle fonti etniche di un paradigmatico africanismo ed orientalismo che pur prende le mosse iniziali dalla Shoah e dal ricordo indelebile di essa, è un percorso quasi iniziatico alle sorgenti dell’essere, totalmente interiore e conchiuso in se stesso, dove l’oggetto fotografato diviene mezzo e metafora per la grande parabola cosmica nella quale annullarci dolcemente o, meglio, in maniera dolceamara. Impressioni oniriche, ma non favolisticamente irreali, caratterizzano le sue opere tutte al femminile, che costituiscono una sorta di illuminazione-fusione tra l’autrice (e, tramite essa, l’osservatore) ed il mondo circostante. Visione ‘materna’ di popolazioni provate dalla miseria e dallo sfruttamento, scatti che ritraggono donne, bambini, ma soprattutto particolari significanti come le mani operose e segnate dal lavoro e dalla fatica, ma anche visione imperturbabile di serenità e di equilibri, saggia contemplazione filosofica in una realtà in armonia con il Cosmo. Colori incisi e definiti, come in Amici, ma non sempre variamente saturi su tutta la gamma cromatica, bensì giocati talvolta su varianti quasi monocrome o bicrome di elementi ripresi plasticamente tra luce ed ombra, fra luminosità e riflesso, tra aria ed acqua. Le sue opere pittoriche, poi, non rappresentano uomini, ma paesaggi informali infiniti, bloccati come con un ‘grandangolo’ e, anche quando la virtuale ‘zoomata’ si fa più stretta sul taglio di un particolare simbolico anch’esso quasi astratto, l’immagine risulta come sapientemente ritagliata per colori e geometrie da una ripresa di maggior respiro ‘grandangolare’ che aspira alla libertà. Dolce, sinuosa, vellutata sensualità che fa dell’anima una naturale prosecuzione maggiormente rarefatta della materia. Uomo e Natura divengono due poli-entità equivalenti, che si equilibrano tra loro e si uniscono in una fusione cosmica, nella quale l’Uomo stesso si annulla.

Dal raffronto tra queste due scuole emerge, però, in tutto il suo fascino etico, culturale ed artistico, il viaggio narrante e meditativo dello spirito umano, nella sua disparata poliedricità di intuizioni e di impulsi, la diaspora interiore alla ricerca di identità e di significato in un Mondo stupendo nei riflessi di un cielo all’alba o al tramonto, ma irrimediabilmente segnato dall’assurdità dilaniante della guerra, della povertà e delle disuguaglianze, insite visceralmente nel Mondo stesso, come quasi l’ombra che non può sussistere senza la Luce, ‘pietre d’inciampo’ lungo il cammino del viaggio umano, ovvero – per citare gli ultimi versi foscoliani de I Sepolcri – “finché il Sole risplenderà su le sciagure umane“.

Giampaolo Trotta

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