OPETH – DELIVERANCE

0
Araba Fenice desk

Non mi convincono nemmeno i tentativi di ampliare gli orizzonti del genere di certe band, che aggiungono tocchi “sinfonici” o “progressive” che non fanno altro che peggiorare la qualità di quello che stanno suonando. Non pensavo potesse esistere una band Prog Metal che è completamente su un altro pianeta rispetto alle altre, pur conservando gli stilemi di base del Death Metal. Una band che ti travolge con melodie trascinanti, che non ti si schiodano dal cervello, veramente intense e veramente oscure, raffinate nel loro genere. Una band che pur essendo Metal attinge magistralmente dal Blues, dal Jazz, dal Folk. Una band con un cantante dal growl cavernoso e terrificante, che però riesce a sciogliersi in una voce voluttuosa e melodica. Una band che non ha bisogno di dipingersi maschere sul volto o brandire crocifissi in fiamme sul palco per essere sconvolgente. Una band dai testi enigmatici e dalle citazioni colte. Pensavo che nel Metal una band così non esistesse. Esiste, e si chiama come la città della Luna de “L’uccello Del Sole”, capolavoro dello scrittore Wilbur Smith. Gli Opeth mi hanno sconvolta, e stupita. Prova ne è che io, che ho sempre scartato il Metal e continuo a non digerirlo, sono rimasta folgorata da questa band svedese. E da Deliverance, loro sesto album del 2002, gemello di un altro album, Damnation, dalle sonorità meno violente e più progressive del primo (consiglio vivamente l’ascolto di entrambi, essendo due facce della stessa medaglia, come lo sono gli Opeth con il Metal del resto). Deliverance inizia con un assolo di batteria puramente Death Metal che apre Wreath, una delle tracce più cupe e brutali, con il growl di Mikael Akerfeldt che sembra spurgare dalle viscere, e una chitarra dalla melodia rapinosa e tetra. Quest’ultima apre anche la spaventosa title track Deliverance, con il growl che a tratti si snoda nella splendida voce di Akerfeldt, che ti rapisce insieme alle loro melodie. La successiva, A Fair Judgement, è a mio parere la più bella del disco. E’ uno di quei brani che racchiude perfettamente l’essenza di una band. Il growl, se spesso nelle canzoni degli Opeth si liquefa o si alterna, qui è completamente assente, lasciando lo spazio ad una voce dalla grana dolce, a tratti eterea. La chitarra, brutale e fosca, fa sue melodie brutali e fosche, ma anche delicate e acustiche, che però inquietano e trascinano come quelle suonate dall’elettrica. La strumentale For Absent Friends è quasi un intermezzo chitarristico Jazz, insolito per una band del loro genere, dalla durata di poco più di due minuti, ma che mostra ancora una volta l’abilità a sperimentare della band. Con la penultima Master’s Apprentices si ritorna ad atmosfere scure e al growl più puro, come per l’ultima, By The Pain I See In Others, dove la band sfoga la sua truce irruenza, mai banale, alternata a momenti melodici e progressive personalmente impeccabili. Gli Opeth ti divorano e sono vertiginosamente sinistri.

TRACKLIST:

– Wreath

– Deliverance

– A Fair Judgement

– For Absent Friends

– Master’s Apprentices

– By The Pain I See In Others

Ricevi tutte le news
Potrebbe piacerti anche

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Twitter Auto Publish Powered By : XYZScripts.com