DEVO – Q: ARE WE NOT MEN? A: WE ARE DEVO!

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tusa big

Ma se la maggior parte degli Americani sfruttava al meglio la possibilità di essere più ricca e soddisfatta economicamente, non sfruttava quella di essere più ricca e soddisfatta intellettivamente. La grettezza e il bigottismo dilagante, nonché le marcate disfunzioni sociali, quasi fanno pensare che la specie umana, arrivata ad una certa vetta del progresso, non possa più andare oltre e incominci a regredire, sempre di più. E lo pensavano anche Gerald Casale e Bob Lewis, studenti universitari che pochi anni dopo, insieme a Mark Mothersbaugh, decidono insieme di smuovere un po’ le acque di una società bacchettona e mentalmente retrograda. Lo faranno con la musica, dando inizio ad una delle band più importanti del New Wave/Punk, a cui per nome daranno il sostantivo che più riassumeva la loro idea di società americana: devoluzione, che loro abbrevieranno in Devo. Spesso sono connotati come gruppo Punk, ma l’ insolente freschezza che a loro appartiene (e che alle volte certi gruppi Punk non sono riusciti a raggiungere, rimanendo un po’ statici nei loro stilemi), e la loro grande abilità di “saltellare” da un genere all’altro, mi porta a pensare che non sono solo questo.  I Devo sono pungenti, irriverenti, ironici e beffardamente kitch, sia musicalmente che visivamente. Il loro primo album, uscito nel ’78 e prodotto da Brian Eno, è già una palese dimostrazione di ciò. L’album si apre con il frenetico riff chitarristico di Uncontrollable Urge, un po’ una scorribanda punkeggiante, in cui la voce di Casale si snoda in un incontrollabile incalzare, come recita il titolo del brano. Segue una singolare cover di (I Can’t Get No) Satisfaction dei Rolling Stones, resa praticamente irriconoscibile dalla voce e dalla linea di basso di Gerald. Basso che apre anche Praying Hands, sarcastica e divertente critica ai dogmi della religione, una delle più notevoli dell’album. E un altro brano dalla chitarra frenetica e un po’ convulsa, Space Junk, precede Mongoloid, brano che mostra l’idea di “uomo in società” della band: “Mongoloide, egli era un mongoloide/ più felice di te e me”. Anche la trascinante linea strumentale appartiene ai migliori Devo. Nella divertente Jocko Homo il tono canzonatorio della voce di Casale e l’insolito coro ci regala un brano sarcastico e burlesco, come la seguente Too Much Paranoias. Con una coinvolgente intro, dove il basso, la chitarra e la batteria si intrecciano perfettamente, si apre Gut Feeling, una delle mie preferite in assoluto, trascinante e irresistibile. Come Back Jonee è irriverente e parodizza nel testo Johnny B. Goode di Chuck Berry (trasformando “Johnny B.Goode” in “Johnny, be good” – Johnny, sii buono), dal sound spensierato e allegro che caratterizza il gruppo. Sloppy (I Saw By Baby Gettin’) è una sbeffeggiante “ballata” alla Devo, mentre il brano di chiusura Shrivel Up ritorna a quella linea di basso “martellante” e travolgente. Spesso ci si è domandati, magari anche nelle chiacchiere sulla musica tra amici, cosa i Devo siano veramente. “Non siamo uomini? Noi siamo i Devo!” ci dice il titolo di questo disco, e riassume proprio quello che i Devo erano: oltre l’uomo comune e un po’ puritano, di cui con tutti i mezzi si prendevano gioco. I Devo erano i Devo, e stop.                          

TRACKLIST

– Uncontrollable Urge

– (I Can’t Get Me No) Satisfaction

– Praying Hands

– Space Junk

– Mongoloid

– Jocko Homo

– Too Much Paranoias

– Gut Feeling

– Come Back Jonee

– Sloppy (I Saw My Baby Gettin’)

– Shrivel Up

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