Nino Carlotta, quel ragazzo di 25 anni con i capelli neri e ricci

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Cosa si prova ad essere bersaglio della malavita organizzata? Cosa si prova ad essere minacciati perché si conducono battaglie civili? Cosa si prova ad avere la casa incendiata per non rompere più i co…? Cosa si prova a mettere a repentaglio la sicurezza dei propri cari in nome delle proprie idee?

Sono stati questi i primi interrogativi che mi sono sopravvenuti quando Nino, sabato scorso, mi ha telefonato per dirmi che sulla rivista S era stata pubblicata la dichiarazione del pentito Micalizzi sull’attentato incendiario della sua casa di campagna. A Pioppo.

L’aveva appreso in quelle ore, si trovava in viaggio verso Niscemi per partecipare alla manifestazione No Muos. Perché Nino è un combattente, sempre in prima fila dove c’è da sostenere diritti calpestati.

Nino Carlotta è uno dei collaboratori di Filo Diretto. Uno dei tanti ragazzi con cui vado fiero di lavorare, perché rappresenta la parte pulita, sana, trasparente del nostro paese, ma soprattutto quella che non sta a guardare ma che si impegna nel quotidiano per contribuire alla rinascita sociale e culturale di Monreale. Nino lo fa con l’associazione Link, con il Comitato Pioppo Comune, sorretto dalla forza delle sue idee e dal coraggio di principi solidi.

Martedì ha deciso di uscire allo scoperto. Sul suo profilo facebook ha dato un’identità a quel ragazzo con i capelli ricci e neri di 25 anni, come lo ha definito Micalizzi ai magistrati. A testa alta ha voluto rimarcare che l’intimidazione subita non può piegare le sue idee.

Certamente è stata una decisione difficile da prendere. Trattenuta in un primo tempo dal pensiero di arrecare un dolore alla sua famiglia riportando alla memoria un episodio che si era cercato di seppellire. Ma il solo pensiero di apparire codardo di fronte ai tanti amici che l’avevano sorretto in quel difficile momento, e soprattutto il timore di deludere le aspettative di chi è ancora impegnato nella lotta contro la mafia, hanno fatto cadere qualsiasi indugio.

Dare un nome ed un cognome a chi si schiera e combatte la malavita non può che essere da stimolo a reagire ed è certamente un’azione capace di infondere forza e coraggio a chi oggi è vittima delle prepotenze criminali.

E’ un gesto audace, motivo di orgoglio per un territorio che odora di mafia e trasuda di paura e di omertà. A Nino dobbiamo tutti dire un grande GRAZIE.

Nino ha fatto il suo passo, adesso tocca alle istituzioni fare sentire la presenza e la protezione dello Stato.

I numerosi comunicati di solidarietà arrivati in questi giorni da parte della politica rischiano di svuotarsi e di apparire mera retorica se non comportano un impegno concreto, soprattutto affinché lo Stato garantisca alle vittime di mafia quanto già previsto dalla legge.

La settimana scorsa un imprenditore di Bivona, vittima del racket delle estorsioni, divenuto testimone di giustizia, si è incatenato davanti al Viminale. Ignazio Cutrò farà le valigie e abbandonerà l’Italia perché non adeguatamente protetto dallo Stato.

Dinanzi a questi esempi diventa temerario schierarsi apertamente contro la mafia.

Non abbiamo bisogno di martiri. Abbiamo necessità che ognuno svolga fino in fondo il suo ruolo, perché la storia di Nino è, purtroppo, solo una delle tante che si possono raccontare.

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