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Politica

Rigenerazione dei partiti

Oggi urge una profonda revisione, una decisa rigenerazione dei Partiti politici: ciò è fondamentale per la sopravvivenza della Democrazia

Pubblicato il 2 febbraio 2014

Rigenerazione dei partiti

Oggi, i Partiti pensano troppo a se stessi, somigliano sempre più a dei comitati elettorali che tendono a concentrare tutte le risorse nelle strutture centrali, mettendole al servizio della leadership.

Invece, i Partiti, a mio avviso, dovrebbero essere degli organismi che vivono di vita propria e non al servizio della leadership, con delle articolazioni periferiche, che andrebbero adeguatamente nutrite con risorse provenienti dal centro.

Si tratta di scegliere tra un Partito “al servizio” della leadership e un Partito “di servizio” per gli eletti.

Per molto tempo, ormai, nella politica italiana ha prevalso una malintesa interpretazione dell’autonomia degli eletti. Ovvio che i rappresentanti delle Istituzioni, quando sono al Governo, devono tendere a realizzare interessi generali e non di partito. Allo stesso tempo, però, gli eletti sono stati votati sulla base di un mandato particolare. Quindi, chi assume responsabilità elettive non può che attenersi al mandato che ha ricevuto. Gli eletti, oggi, hanno allentato il rapporto con il Partito e ciò provoca un doppio handicap: da un lato, gli eletti sono rimasti soli, privi sia di contributi di idee e di progetti, che di ancoraggio nell’opinione pubblica tramite il Partito; dall’altro, il Partito ha perso ruolo e funzione, non riuscendo ad interagire con i propri rappresentanti nelle Istituzioni.

Tutto ciò ha generato la politica-mercato, dove Deputati e Senatori con estrema facilità transitano da un Partito politico ad un altro.

I Partiti, oggi, sono molto autoreferenziali, scollegati dal mondo reale. Il Popolo ribolle di insofferenza, per un’azione politica sempre più pallida, incapace di contenere i bisogni reali.

Il Partito, invece, dovrebbe fungere da sostegno, da generatore di idee e di progetti, da sede di confronto e crescita culturale per i suoi elettori e per i suoi eletti. Dovrebbe alimentare un flusso comunicativo tra base e vertice, tra elettori ed eletti.

Oggi i Partiti dovrebbero recuperare il loro originario spirito di centri di pensiero, di elaborazione e dovrebbero far da filtro, da garante nella scelta della classe dirigente, rispecchiando pedissequamente quelli che sono i segnali, le indicazioni, i bisogni dell’opinione pubblica.

La crisi dei Partiti interessa tutti noi.

Sono frequentati sempre meno, ma decidono il funzionamento della democrazia. Selezionano Deputati e Senatori. Determinano la costituzione dei Governi centrali e periferici. I Partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientele. Sono lontani dal territorio e ne disconoscono i bisogni. Non organizzano il consenso sulle idee. Non scaldano più il cuore degli iscritti, ma consentono agli iscritti di scaldare molte poltrone. Combinano vertici, consigli di amministrazione, commissioni varie. Dal piano nazionale a quello locale l’invadenza cresce. Occupano molti spazi,decidono tutto: assunzioni, consulenze, nomine, trasferimenti, contributi, privilegi. Di questa degenerazione tutti appaiono consapevoli, politici e non.

Bisognerebbe progettare forti rigenerazioni.

Ma di riforme che contano scorgiamo poco nei programmi. Non si è a quel cambio di passo che tutti aspettiamo.

Gli elettori, oggi, penalizzano i Partiti storici, pur senza liquidarli. I voti trasmigrano dalle formazioni tradizionali ai vari movimenti estemporanei: ciò è denuncia di sfiducia.

I Partiti dovrebbero riflettere su una loro profonda riforma: rinnovando il rapporto con la gente e il territorio, riducendo in politica uomini, caste e poltrone.

La gente è, oggi, disorientata. I Partiti balbettano riforme nell’economia, nelle Istituzioni, senza provare a riformare prima se stessi.

Basta clientele, basta con le deleghe in bianco, è urgente rinnovare la classe dirigente, puntando su chi agisce nella legalità e compie scelte di equità e solidarietà. Nessuno potrà continuare a barattare il proprio voto sulla base di promesse che sollecitano i bisogni individuali, a scapito del bene comune. Anche tutti noi, come elettori, dovremmo dare un segno di cambiamento, di maturità.

Si chiede agli elettori e ai futuri amministratori un cambiamento di rotta, un impegno concreto per portare avanti il bene comune, il coraggio di sottrarsi alle logiche del condizionamento mafioso e del privilegio.

La classe dirigente, oggi, viene selezionata con criteri avversi alla rettitudine e alle competenze. E’ necessario favorire l’ingresso nella politica di giovani preparati, portatori di idee innovatrici, giovani che svolgono lavori normali e vengono indicati dalla società civile, piuttosto che dai meandri, oscuri ed equivoci, dell’organizzazione dei Partiti odierni.

Oggi, assistiamo impotenti ad un quadro di immobilismo e di sprechi. I Fondi Europei utilizzati poco e male. Con una gestione distorta del denaro pubblico, in modo clientelare, assistenziale, elettoralistico una intera classe dirigente, mediocre ma molto furba, ha organizzato consensi. Ma, soprattutto, ha sperperato fondi destinati alla collettività, ha bruciato il futuro delle prossime generazioni. Il quadro è quello di una economia che si va progressivamente desertificando. Ma la Politica, i Partiti di oggi appaiono sordi e ciechi.

La Politica e i Partiti, che dovrebbero essere fulcro di sviluppo, oggi, sono diventati un freno, una zavorra. Una casta attenta solo ai propri interessi; solo gestione clientelare attenta a garantire la sopravvivenza.

I Partiti dovrebbero, invece, essere un potente motore della Politica. I Partiti di massa sono stati il cuore della politica del Novecento: sia in quanto partiti che hanno occupato lo Stato (e questo è il lato negativo), sia in quanto Partiti democratici che hanno fatto da snodo fra il Popolo e le Istituzioni.

I Partiti, invece, oggi, sono una sintesi di interessi deprecabili. Per la loro corruzione e rapacità, la diffusa percezione della loro inutilità oggi i Partiti cedono il passo al Capo e al suo decisionismo; o, ancora, il consenso non passa più attraverso la mediazione dei partiti, ma attraverso l’immediatezza di un abile messaggio populistico, che sfrutta furbescamente il web. Ma, a mio avviso, è una illusione che la rete possa sostituire la democrazia tradizionale.

Oggi, chi protesta non trova più nei Partiti una sponda, una voce; chi vuole impegnarsi in Politica si trova costretto a vedere nei Partiti un ostacolo e ad abbracciare l’antipolitica. Ciò che resta dei Partiti somiglia sempre più ad un insieme incoerente di agglomerati di potere e di affari, a cordate di carrieristi, che legittimano la propria sopravvivenza, come ceto politico, facendo a meno di organizzazione e di idee e rappresentando, a livello lobbistico, gli interessi delle più disparate categorie.

L’alternativa è un forte ritorno della Politica, una reazione, un rifiuto a uno sviluppo della nostra società sottratto al controllo ed alla partecipazione dei cittadini. Bisogna riconsegnare ai cittadini la possibilità di scegliere con la preferenza i propri rappresentanti nelle Istituzioni. L’eventuale nuova volontà dei cittadini di ricostruire il nostro assetto civile non può fare affidamento sui moderni movimenti antipartitici-antipolitici, guidati da leader più o meno affabulatori.

La rinascita e la trasfigurazione dei Partiti, la loro riforma radicale resta l’unica via perché la Politica possa tornare a essere spazio di partecipazione, di inclusione attiva, di consapevole e condivisa libertà. I Partiti devono ritornare ad essere centri di socializzazione, di integrazione e di mobilitazione degli eletti, di selezione dei candidati proposti alle elezioni, di partecipazione alle decisioni governative. Solo così riusciremo ad evitare un ineludibile tramonto della nostra democrazia.

Mirto Girolamo

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