THE WHO – MY GENERATION

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tusa big

Quando di solito si parla di Punk, la nostra mente involontariamente si affolla di immagini di ragazzi di fine anni ’70 con creste incredibili e anfibi Doc. Martens ai piedi, con vestiti stracciati e spille da balia un po’ ovunque, che compiono atti di vandalismo per infastidire il sistema, che si fanno di droga e che pogano ai concerti, dimentichi di tutto il resto a favore del libero divertimento, elettrizzandosi con la musica dei Sex Pistols e dei Ramones. E, quando di solito si parla di Punk, si crede che l’origine di tutto stia proprio negli anni ’70.

E’ quasi esatto. Quasi, perché, nel decennio precedente, mentre imperversava la battaglia tra Mods e Rockers, il diciottenne chitarrista inglese Pete Townshend pensava e ripensava su come creare un proprio e nuovo stile musicale. Mosso da questa buona causa, preferì tenersi fuori dalle serate live frequenti nei locali londinesi, però una sera fa un’eccezione e va a vedere un concerto degli Yardbirds, che avevano appena accolto nel gruppo un nuovo chitarrista di nome Eric Clapton.

Gli Yardbirds fecero una performance pazzesca, interpretarono classici del blues con improvvisazioni quasi aggressive, anche grazie all’idea di Clapton di posizionare l’amplificatore davanti la chitarra, e una scintilla si accese nella mente di Pete. Il ragazzo si fa una promessa, tra sé e sé: anche la sua attuale band sarà in grado di suonare i classici eseguendoli in modo unico e insolito rispetto qualsiasi altra band di quel tempo.

Per suggellare il nuovo inizio, per prima cosa Pete cambia nome alla sua band, e fa sua l’idea di Eric Clapton sulla posizione dell’amplificatore sul palco: nascono gli Who. Il loro debutto, che prende il nome di My Generation, mostra eccome che Pete ha mantenuto la promessa fatta a Pete: gli Who sono impetuosi, incendiari, selvaggi, e affascinano con il loro gusto inglese coniugato all’essere smodatamente eccentrici. La band sa coniugare singolari interpretazioni di brani passati con le loro particolari innovazioni, mai sentite prima, e questo disco ne è una prova lampante.

Si apre con Out In The Street, un frenetico rhythm and blues con la voce scatenata e roca di Roger Daltrey, che mostra già dall’inizio l’eccellente stoffa di cui è fatta la band. La seguente I Don’t Mind segue lo stesso filone della precedente, solo che il ritmo si fa più languido e lento. Ma ascoltando The Good’s Gone si inizia a capire cosa intendevo per “le loro particolari innovazioni”: il brano ha un ritmo scanzonato e beffardo, la batteria di Keith Moon picchia duro, la voce è selvaggia, impossibile non muoversi a ritmo mentre la si ascolta. Lo stile vocale sembra un po’ quello di Iggy Pop degli Stooges, e si può benissimo parlare di proto-punk.

La successiva La-La-La-Lies, con il suo pianoforte boogie-woogie, è spensierata e divertente, anche la voce è apparentemente ed ironicamente più “composta”. Si ritorna a quella miscela esplosiva e irresistibile di sonorità classiche e nuovi ritmi con Much Too Much, che si apre con dei coretti (che ritornano nel ritornello) ma che si sviluppa in maniera palesemente punkeggiante. Anche la durata delle canzoni è molto punk: la più lunga del disco dura 4 minuti, non c’è un’altro disco dell’epoca composto da brani così brevi per i tempi! Canzoni più brevi ma anche più d’impatto.

Ma ecco che arriva il brano che sconvolse gli anni ’60 e decreta ufficialmente che gli Who una vena punk ce l’hanno eccome: My Generation, la title-track, con un ritmo trascinante ed una voce che in maniera quasi sbeffeggiante canta un testo che non ha nulla da invidiare ai Sex Pistols: “Perché non sparite tutti lontano/Non provate a capire meglio quello che noi tutti diciamo/Io non sto cercando di suscitare una grande attenzione/Io sto solo parlando della mia generazione”.

Ai Mod e ai Rockers vari non rimase che ammutolirsi. Ritroviamo il ritmo canzonatorio e allegro in The Kids Are Alright, mentre Please Please Please è una perfetta cover della canzone di James Brown, in cui, insieme all’altra cover presente nel disco, I’m A Man, è sottolineato lo stupefacente camaleontismo della band e della voce di Daltrey: adesso bluesman coi fiocchi, adesso furioso spirito alternativo. It’s Not True fa proprie sonorità fine anni ’50 a cui anche i Clash si sono ispirati, mentre A Legal Matter ci trasporta in un sound Rock ‘n’Roll puramente british, con una intro di chitarra difficile da dimenticare. Rombi di tuoni a profusione iniziano a propagarsi dalla batteria irruenta di Moon, ed ecco che inizia la conclusiva The Ox, insieme ad una tastiera quasi fuori controllo ed una chitarra ammiccante, dal sound quasi “grezzo”, che conclude il brano con un assolo violento e quasi corrosivo, impensabile per quegli anni. Punk, appunto. Questo è Punk. Creato nel 65, ma spaventosamente, innegabilmente Punk.

Non sono sicura che senza il contributo degli Who, senza il loro abbattere porte fino a quel momento sprangate, senza la loro goliardica stravaganza, il filone del Punk venuto dopo sarebbe stato lo stesso, sia come estetica che come sound musicale. Lo spirito visionario degli Who è splendido e incancellabile, li ascolti e ti viene subito voglia di saltare, dimenarti ed essere felice. Perché “il Rock non eliminerà i tuoi problemi, ma ti permetterà di ballarci sopra”. Parola di Pete.

TRACKLIST:

– Out In The Street

– I Don’t Mind

– The Good’s One

– La-La-La-Lies

– Much Too Much

– My Generation

– The Kids Are Alright

– Please, Please, Please

– It’s Not True

– I’m A Man

– A Legal Matter

– The Ox

 

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