Massive Attack – Heligoland

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tusa big

Io stessa, in praticamente quasi tutte le mie recensioni passate, ho esternato l’intensa “presa” che quei dischi hanno su di me, ma c’è anche da dire che l’intensità con cui ti prende un disco dipende dal tipo di sensibilità dell’ascoltatore ed è quindi soggettiva. A me quel disco mi può portare all’altro mondo e a te può sì piacere, magari anche tanto, ma niente di più, o non ti può piacere per niente.

Per i Massive Attack, non è proprio così. Perché non si rimane mai indifferenti alle loro creazioni, mai, possono piacere come non possono piacere. La potenza con cui ti investono le emozioni e la mente raramente è eguagliabile da qualsiasi altro musicista. Ti puoi commuovere ascoltando una canzone, ti puoi rallegrare, puoi rabbrividire, ti puoi estasiare, ti puoi incantare, puoi riflettere, ti puoi distrarre, o, più difficilmente, tutte queste cose insieme contemporaneamente.

I Massive Attack sono l’ultima opzione, e anche di più. Anche se non ti piacciono come genere e stile, inevitabilmente e inconsciamente all’ascolto ti lasciano un segno profondo, ti travolgono come un’onda marina: anche solo per un secondo, anche solo lievemente, ma lo fanno. Sono un “attacco massiccio” (massive attack) alle sensazioni, è una “band psichica” in piena regola, non vi è tanto coinvolgimento emotivo, ma proprio psicologico. Sembrano nati per questo, e le loro principali caratteristiche lo dimostrano, dal particolarissimo e penetrante uso di un sound elettronico (che ci ricordano la loro appartenenza al genere anni ’90 del Trip Hop), all’altrettanto innovativa scelta di voci dal timbro inusuale, non avendo tra l’altro un cantante fisso, ma avvalendosi di varie collaborazioni canore.

Nel 2010 esce uno dei loro dischi più espressivi e ambigui, Heligoland, dal nome dell’ arcipelago tedesco di Helgoland. Il brano di apertura, Pray For Rain, è dominato da un minimale ma suggestivo piano, che accompagna la voce tagliente e dolce, dal timbro esotico: è uno straniante inno alla pioggia, che potrebbero elevare al cielo aborigeni di un mondo parallelo. L’uso di programmazioni elettroniche e strumenti “artificiosi” in loro non scade mai nell’ eccessivo e nel pesante, ma rimane sempre raffinato, senza essere banale o snob, anzi, e Babel è una delle tante manifestazioni di ciò: il ritmo incalzante della batteria e del basso, insieme alla voce femminile eterea ma tormentata, ti inchiodano. Splitting The Atom ha una base elettronica apparentemente classica, ma che è solo il tessuto di base su cui si sfiorano, quasi come due guerrieri prima della battaglia, la voce del cantante inglese dei Blur Damon Albarn con una delle voci più turbanti e indefinibili prestate ai Massive, quella del cantante Reggae giamaicano Horace Andy. Se ancora la band non vi ha sbigottito considerevolmente, aspettate a trarre giudizio, perché la canzone successiva, Girl I Love You, è senza precedenti nel suo genere (e non solo).

E’ il capolavoro del capolavoro, ha una trama intessuta di armonie elettroniche (e non) semplicemente sconcertante, con una melodia inquietante e quasi “malata”, resa ancora più scioccante dalla voce diafana e ambigua di Horace Andy: un po’ bimbo e un po’ demone, virile e femminile insieme, non si può descrivere con parole esaustive, bisogna ascoltarlo, lo sbalordimento arriverà da sé. Psyche è un’ipnosi formato audio, la dimostrazione di quanto si sbaglia quando si sottovaluta l’elettronica, la voce femminea “rapita” ed eterea moltiplica i brividi, mentre sussurra il mantra: “Il sole semina una falce ed una falce, una falce ed una falce..”.

La sua fine ti lascia un palpabile senso di vuoto. Ma subito pulsazioni magiche e la voce densa di Guy Garvey creano Flat Of The Blade, dopo il quale ci si presenta il terzo capolavoro del disco, oltre Girl I Love You e Psyche: Paradise Circus, dove le tastiere danno il meglio di sé, la cui atmosfera è arricchita da suoni di mani che battono e dalla voce sottile ma graffiante. In Rush Minute una voce tagliente, unita ad una chitarra trascinante, ci dice che “Tu porti dolore perché conduci il gioco/ e aghi e spilli che un uomo non può sopportare”. Saturday Come Slow coniuga un ritmo di fondo quasi tribale con un’altra affascinante chitarra e la voce roca che implora, con una leggera vena di disperazione: “Do you love me? Do you love me?”.

Nel brano di coda, Atlas Air, ritroviamo il ritmo dell’elettronica classica dei Massive e il tipo di timbro vocale a cui sono praticamente devoti, quasi sommesso ma profondo, più forte di qualsiasi altra voce con un’estensione maggiore, pregno di infinite sfumature. Vi accorgete che il disco è finito dallo strano turbamento che l’averlo ascoltato provoca, non senza un’inspiegabile impensierimento. Ma invece è spiegabilissimo, visto che i Massive Attack hanno un sound che altri non hanno: così vibrante, così liquido. E questo è un disco da bere, fino all’ultima goccia.

TRACKLIST:

Pray For Rain

– Babel

– Splitting The Atom

– Girl I Love You

– Psyche

– Flat Of The Blade

– Paradise Circus

– Rush Minute

– Saturday Come Slow

– Atlas Air

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