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Cronaca

Lettera di una mancata assoluzione

Essendo i protagonisti di questa storia ormai fagocitati dal tempo, credo di non infrangere nessun obbligo morale nel raccontarvi, sul filo di una memoria sempre più labile, una storia successa in un tempo immemorabile in un luogo vicino a noi, eppure apparentemente così lontano

Pubblicato il 29 dicembre 2013

Lettera di una mancata assoluzione

Una sera, in una delle case di un ridente paese di montagna, un povero ammalato, condannato da anni ad un calvario di sofferenze inenarrabili per effetto di una strana malattia mai diagnosticata e perciò molto malamente curata, sentì venire meno quelle forze che da sempre, in maniera sempre più fievole, lo avevano sostenuto. Capì a quel punto che doveva provvedere a prepararsi all’ultimo viaggio, come si diceva allora, e come forse si dice ancora ora, in grazia di Dio. Chiese alla badante, avendo egli perso negli anni tutti i suoi affetti più cari, di chiamare colui che in questi casi, per esperienza e professione, ben conosceva come avviare nel modo migliore possibile il viaggiatore che stava per lasciare questo mondo alla volta di una meta tanto sconosciuta quanto misteriosa. Insomma un Prete. Il piccolo paese ne aveva a disposizione un paio, ma il nostro si raccomandò di chiamare il più anziano, in quanto a sua detta “la cosa si presentava difficile” e quindi c’era bisogno di una persona di sicura, lunga esperienza e di grande affidabilità e sicura comprensione “che di quella ne aveva un gran bisogno”. La badante partì in quella sera di inverno gelido e, quasi al buio, trovò la porta del prete, proprio di fianco all’ingresso principale della piccola chiesa che comunque era la più grande delle due esistenti. Trovò il prete in canonica, aveva appena finito di cenare (lo si capiva da qualche piccola mollica di pane fresco che si era depositata sulla tonaca e da un vago quanto chiaro odore di cucina che aleggiava quando si muoveva). L’idea di dovere accompagnare qualcuno all’altro mondo a quell’ora e con quel freddo, dopo aver cenato, col rischio di una congestione, non gli andava proprio, ma siccome i preti mai si sottrarrebbero ai loro uffici per questi futili e materiali motivi, pur lamentandosi con una strana litania, che da un orecchio poco attento poteva essere scambiata con quelle tipiche delle funzioni religiose, tuttavia si preparò ed uscì appresso alla badante.

Arrivato a destinazione si percepì già all’ingresso un’aria di sofferenza e patimento. Si lasciò addosso il cappotto, ché l’età era avanzata e la digestione era ancora in corso, camminando indossò la stola, avvicinò una sedia e si accostò al letto. Con aria comprensiva si mise ad ascoltare un po’ svogliatamente, ma con apparente interesse (quella era professionalità) l’elenco di miserie umane che il nostro snocciolava. Ora bisogna sapere che, essendo il prete personaggio sicuramente navigato e di vecchia esperienza, aveva negli anni consolidato una tecnica, o meglio, una pratica mentale che gli consentiva di sommare in automatico le penitenze da espiare a fronte dei peccati accumulati. Era come se avesse una tabella immaginaria nella quale c’erano due colonne una di fianco all’altra: in una si accumulavano i peccati, nell’altra, in corrispondenza, si aggiungevano le penitenze di modo che in un tempo velocissimo era in grado di dare la somma totale delle penitenze da espiare. Bisogna dire che nel caso particolare l’elenco era lungo e il povero moribondo parlava non sempre in modo chiaro e con un tono di voce appena udibile, il che rendeva la compilazione delle colonne (peccati/penitenze) parecchio ardua e lenta. Capì che stava arrivando alla fine e stava quasi per assolverlo, quando, con un filo di voce il malato gli disse: “Io, io… ho cancellato una faccia”. Il prete era già partito nel gesto finale dell’assoluzione, ma si fermò a mezz’aria e cominciò a chiedersi in quale categoria andava inquadrata la fattispecie di peccato che comunque non aveva compreso del tutto. A questo punto chiese, ma quale faccia e come l’avesse cancellata. La risposta arrivò flebile e chiara: “Col ducotone, era di Carlotta”. Il prete pensò ad una qualche strana perversione, forse dettata da quelle pulsioni che sempre accompagnano gli uomini e di cui aveva imparato a non stupirsi (nella sua lunga vita ne aveva sentite di tutti i colori, ma col ducotone non gli risultava niente che si ricordasse) e poi questa Carlotta: ma chi era ? Nessuna donna in paese che lui sapesse si chiamava con quel nome. Incuriosito chiese: “E cu era stà Carlotta? Era di fora ‘o paisi? E chi voli diri ca a cancellasti co ducotone?”, (do per scontato che i miei venticinque lettori conoscano a menadito il siciliano di quei tempi, essendo essi sicuramente eruditi, nda). A questo punto il moribondo, come avesse ritrovato le forze, cominciò ad articolare strane parole: “Era ‘nta scola, c’era u disignu, c’era a so facci e io a livai”; (traduco per qualche lettore del nord: “Era nella scuola, c’era un disegno, c’era la sua faccia e io l’ho tolta”). Il prete ebbe come un flash: ora ricordava tutto. Carlotta non era un nome di donna, ma il cognome di un robusto e barbuto giovanotto del paese, che anni e anni prima aveva dipinto su una parete della scuola un suo disegno (all’epoca si chiamava “murale”) che qualcuno, rimasto per anni sconosciuto, durante una notte che alcuni dicono di luna nuova, aveva ridisegnato cancellando le facce buffe di Carlotta e del suo coautore. Nessuno seppe mai perché, né chi fosse stato (in quel paese tutto avveniva in virtù di forze sconosciute e impenetrabili e di molte cose non si capiva neanche il perché). A questo punto il prete, che per anni non aveva saputo chi aveva compiuto il gesto ma soprattutto cercando di capire quale oscura ragione avesse spinto qualcuno a cancellare la faccia, chiese, avendo finalmente davanti l’autore di quello strano gesto gli chiese: Ma picchì? Ma quello sembrava improvvisamente posseduto e all’apparenza non sentiva più niente. Continuava a ripetere con un tono di voce sempre più forte e muovendo la mano come se tenesse un rullo simile a quello dei “pittori”: “Era ‘nta scola, c’era u disignu, c’era a so facci e io a livai. Era ‘nta scola, c’era u disignu, c’era a so facci e io a livai. Era ‘nta scola, c’era u disignu, c’era a so facci e io a livai…” A questo punto il prete capì che non si trattava di un malato normale, ma che qualcosa si era impossessato, e ormai da anni, di quel povero corpo e con grande senso pratico e per il principio di massima cautela decise che invece di mandare l’indemoniato “in grazia di Dio” con tanto di assoluzione, era per lui meglio soprassedere dal dare qualunque assoluzione e lasciare ad altri, ben più in alto di lui, di occuparsi della faccenda appena giunto a destinazione. E con estrema serenità, accennando, quasi di nascosto un ultimo segno di croce, si allontanò nella notte fredda e gelida, stringendosi nel cappotto con la convinzione che gli abissi della mente umana non sono facilmente sondabili e che a volte manco umani sono.

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