JETHRO TULL – STORMWATCH

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  E Ian Anderson, insieme ai suoi Jethro Tull, coniuga perfettamente entrambe le cose, ammaliandoti come un cantastorie alla corte del re. I Jethro Tull sono l’unica (o una delle rare) band Progressive Rock che tratta, con così incantevole maestria, il tema della natura oppressa dall’uomo moderno (argomento a cui sono molto legati, lo dimostra anche il loro stesso nome: Jethro Tull è stato il pioniere dell’agricoltura moderna). E invece di scadere in un tono da predica petulante, che il parlare di certi temi spesso comporta nell’uomo comune, ti trascinano nel cuore del tema come se stessi viaggiando in un sogno fatato (magari dopo aver bevuto una pozione di qualche druido dei boschi), grazie soprattutto agli arabeschi flautistici di Anderson, col suo fascino stregato da folletto dei fiori: più artigiano che artista. Qualsiasi tema trattino, i Jethro Tull hanno il potere di farlo con un poetico lirismo di musica e testi estremamente unico e estremamente delicato, pur essendo molto incisivo. Elementi particolarmente presenti in questo disco (il loro dodicesimo, uscito nel ’79): terzo ed ultimo disco della Trilogia Folk-Rock (preceduto, in ordine, da  Songs From The Wood  e Heavy Horses), che coniuga la musica tradizionale inglese con il Progressive più puro, e in cui si condanna principalmente la distruzione senza scrupoli della natura da parte dell’uomo, a favore soltanto del profitto economico. E infatti la copertina dell’album ritrae Anderson mentre fa “stormwatch” (guarda con un binocolo una tempesta in arrivo), tempesta che rappresenta le terribili conseguenze del barbaro disinteresse dell’uomo verso la Terra. La denuncia di questo atteggiamento colpisce sin dall’iniziale North Sea Oil, che con un caratteristico intro di flauto e la voce tagliente, descrive la brama di ricchezza delle industrie petrolifere del Mare del Nord (dove si affaccia la Scozia, terra natia di Anderson) e i pericoli dell’inquinamento. Ma a ricordarci che siamo catapultati in un sogno onirico, ci pensano la dolcezza del piano di John Evan e il mandolino di Martin Barre, che nel brano suona anche gli accordi sferzanti di chitarra. Chitarra che sferza anche nella suggestiva Orion, preghiera alla costellazione dell’Orione, supplica siderale alla protettrice distesa celeste. Dopo l’iniziale sconvolgimento delle prime due tracce, ecco che la tenera melodia di Home ci ricorda le virtù del vivere casalingo: il brano è anche un gradevole espediente per prendere il respiro prima del fulcro dell’intero album, l’ombrosa Dark Angels, predizione di un metaforico inverno mentale e fisico per l’intera umanità, in cui l’uomo è un arido essere privo di spiritualità ed empatia: siamo nei pieni Secoli Bui del Medioevo (la cui atmosfera è sottolineata sia dal sound che dal titolo, Dark Angels infatti è la dicitura indicante l’Alto Medioevo inglese). Inverno che si abbatterà inesorabilmente sull’uomo più avanti, nella frenetica Something’s On The Move, preceduta dalla strumentale Sporran (che, chiamandosi come la borsetta che si allaccia al kilt, richiama ancora una volta le origini del nostro mago). Ma mentre la tempesta prende il sopravvento, nella composizione dal sound bucolico Old Ghosts, Anderson continua a combattere, paragonandosi ad un vecchio cane indolenzito lanciato sull’occhio dell’uragano. La coraggiosa lotta lascia il passo a Dun Ringill, ed è come girare in tondo ad un cerchio fatato, mano nella mano con queste eteree creature, durante una delle loro mitologiche feste. La denuncia sottoforma di racconto tradizionale continua con la magistrale Flying Dutchman, “L’Olandese Volante”: Si narra che, in tempi remoti, il capitano olandese di una nave fu condannato a vagare per mare con essa sino al Giorno Del Giudizio. Il creativo Anderson si serve di questo racconto per ricordarci che i popoli occidentali potrebbero diventare loro stessi degli “Olandesi Volanti”, ridotti a vagare senza meta dopo aver perso la loro terra, avendola completamente distrutta. Ed ecco che l’effetto della pozione del druido termina, e, accompagnati dalla strumentale Elegy, in cui lo spirito incantato e impalpabile che costituisce l’intero album raggiunge l’apice, torniamo alla nostra realtà, cullati dal brano come se fosse un malinconico addio.  Nella versione deluxe del disco, seguono questo brano le composizioni che più richiamano i miti tramandati dalla notte dei tempi, gioielli dei quali è un peccato non godere nell’edizione classica:  A Stitch In Time, il cui titolo si ispira al proverbio “a stitch in time saves nine” (la versione inglese del nostro “non rimandare a domani quello che puoi fare oggi”) e il cui testo è un collage di stralci di proverbi simili;  Kelpie , ispirata al demone vichingo capace di trasformarsi in un cavallo nero; e infine il singolare esperimento di  King Henry’s Madrigal, brano strumentale composto da Enrico VIII D’Inghilterra e rivisitato nel loro stile. Ed ecco che, finito il disco, si rimane storditi, e si avverte la sensazione di essere rientrati nel proprio corpo, come se veramente la nostra anima si fosse staccata da noi per tutti i 45 minuti e 37 secondi del disco volando verso altri universi, così veri e vicini pur apparendo distanti e fantastici. La personalità scomoda e anticonformista di Ian Anderson, unita al suo prodigioso talento da giullare, ti avviluppa completamente, e a te inevitabilmente piace starci dentro e non uscirne più. Ti fa vergognare degli errori umani con schiettezza e semplicità, contrapposta alla deliziosa abilità musicale di riesumare e far rivivere atmosfere antiche, immemori. Incantatore forse non è la parola giusta, ma è quella che gli si avvicina di più.  Al termine di questo epico viaggio, è come se diventassi ciò che hai visto e udito, sei quasi la Natura stessa, completamente soggiogato, tu da lei, e non più viceversa.  “Proteggi gli spazi aperti dal nero orizzonte”, implora Anderson al firmamento. E noi con lui.

Tracklist:

– North Sea Oil

– Orion

– Home

– Dark Ages

– Warm Sporran

– Something’s on the Move

– Old Ghosts

– Dun Ringill

– Flying Dutchman

– Elegy

Bonus track (presenti nella versione rimasterizzata del 2004)

–  A Stitch in Time

–  Kelpie

–  King Henry’s Madrigal

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