L’intervista a Padre Noto del 2009: Microcredito alle piccole imprese, servizi agli indigenti

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Araba Fenice desk

 

Don Vincenzo Noto è presidente della Caritas della Diocesi di Monreale. Ha conseguito la laurea in teologia, la laurea in scienze politiche presso a Luiss di Roma e la licenza inDiritto Canonico. Giornalista professionista, ha collaborato con Avvenire, Famiglia Cristiana, Osservatore Ro- mano, ed è stato Redattore del Giornale di Sicilia; al suo attivo 15 libri, ultimo dei quali “Chiesa e Mafia, Salvatore Pappalardo un cardinale in prima linea”. Per programmare l’intervista lo vado a trovare mentre pranza con i poveri, ai quali giornalmente la Caritas diocesana mette a disposizione un pasto caldo.

Da quando ricopre il ruolo di pre-sidente della Caritas Diocesana e cosa comporta questo ruolo?

Sono presidente da 7 anni, il mio ruolo comporta un’attenzione nei confronti dei più fragili dei 24 paesi della diocesi, sensibilizzando le chiese locali affinché percepiscano queste povertà ed accolgano i fratelli più bisognosi, non nella logica dell’assistenza economica, ma nella logica di un uomo che soffre. La Caritas ha il dovere di promuovere una comunità ecclesiale che sappia accogliere con amore chiunque, anche chi è ricco, che può essere psicologicamente debole. E più volte ho visto piangere persone bene- stanti. Dobbiamo avere la capacità di capire quali sono i veri bisogni.

Di quali risorse economiche e capitale umano disponete?

La principale fonte economica è costituita dalla quota dell’8 per mille che la CEI distribuisce ai vescovi, e questi trasferiscono in parte alla Caritas. Inoltre vi sono diversi privati facoltosi, che ho avuto modo di conoscere durante la mia precedente esperienza al Giornale di Sicilia, che credono nella mia attività e fanno donazioni generose, sia in denaro che in generi alimentari.

Gli abitanti della diocesi sono molto sensibili a queste necessità?

I cittadini partecipano portando vestiario, ma pochi generi alimentari.

Chi sono oggi gli indigenti, che appartenenza sociale hanno?

L’indigente non è un numero ma unvolto umano, una persona, spesso distrutta psicologicamente, che non ha più la capacità di credere in qualcosa. A volte non vi è un problema econo-mico, la richiesta di denaro risponde alla necessità di creare l’occasione per essere ascoltati.

Ci sono nuovi poveri?

Ci sono famiglie che prima vivevano dignitosamente con uno stipendio e che oggi, pur mantenendo il proprio lavoro, non riescono ad arrivare a fine mese.

Lei prospetta “linee di intervento” alternative rispetto all’elargizione di elemosine quali, ad esempio, l’assegnazione degli indigenti a lavori utili. Potrebbe parlarci più approfonditamente di eventuali esperienze pregresse in tal senso e dei loro risultati?

Ho istituito presso Banca etica un deposito a garanzia di microprestiti da effettuare nei confronti di quei piccoli imprenditori che hanno bisogno di un moderato sostegno economico per superare un momento di crisi. L’imprenditore versa rate di circa 60 euro mensili, noi ci offriamo in qualità di garanti in caso di insolvenza. I risultati sono stati positivi, aiutiamo i piccoli imprenditori a non diventare poveri. Alle famiglie paghiamo la bolletta, acquistiamo le medicine, o quant’altro può necessitare, ma non consegniamo direttamente denaro per evitare inganni. E sempre in cambio di una prestazione lavorativa, restituendo così dignità alla persona.

Poiché nel paese di Monreale anche altre associazioni e parrocchie distribuiscono prodotti forniti dal “Banco alimentare”, esiste un’anagrafe degli indigenti che permetta di distribuire razionalmente gli alimenti ed evitare sprechi?

L’AGEA, l’agenzia della comunità europea, ed il Banco Alimentare, di Comunione e Liberazione, hanno l’anagrafe delle associazioni e delle parrocchie che vengono da loro rifornite. Le parrocchie sono in comunicazione tra loro al fine di effettuare una ripartizione il più possibile equa.

Si possono venire a creare forme di clientelismo?

Lo escludo nel nostro caso. Noi non accogliamo persone accompagnate dai politici. Chiediamo loro di rivolgersi a noi tramite il loro parroco, così da non creare il rapporto di dipendenza con il politico. Sono altresì a conoscenza di associazioni create da qualche politico locale per la distribuzione dei generi alimentari.

Molte volte le condizioni di indigenza sono dovute ad una cattiva gestione del denaro speso in giochi molto diffusi, quali gratta e vinci, super enalotto, lotto oppure inseguendo falsi bisogni. Cosa fate e cosa si potrebbe fare, secondo lei, per educare questa gente?

Ci sono soggetti che si rivolgono a noi per un pasto e che frequentano i centri scommesse. Cerchiamo di disincentivarli anche allontanandoli dalla mensa, ma in realtà è un problema culturale di fronte al quale siamo impotenti. Questi poveracci hanno la speranza di poter diventare ricchi. Il problema è che lo Stato non educa i propri cittadini, anzi contribuisce a farli diventare più poveri.

Quali attività vengono svolte dalla Caritas?

Disponiamo di una mensa che fornisce giornalmente 40 pasti, gestiamo un centro d’ascolto che, valutate le esigenze, reindirizza le persone ai professionisti, ai quali paghiamo la parcella. Conduciamo 4 doposcuola, a Monreale, ad Aquino, ad Altofonte ed a S. Giuseppe Jato, una casa per disagiati mentali a Terrasini, con 3 operatori qualificati, regolarmente retribuiti tramite un progetto. A Corleone sono presenti un centro d’ascolto ed una mensa, e stiamo creando un altro centro d’ascolto a Carini. Ogni anno organizziamo un corso di formazione per operatori. Gestiamo una casa d’accoglienza presso la sede di Via Antonio Veneziano a Monreale, dove possono dormire e lavarsi anche barboni ed extracomunitari, per poi pranzare alla mensa del Carmine. A Monreale nessuno muore di fame.

Come pensa che si possa organizzare un lavoro in rete con ilComune di Monreale e con le altre Associazioni che operano sul territorio e che lavorano, come voi, per combattere la povertà e sviluppare cultura e solidarietà?

Dovrebbe essere il Comune a farsi promotore, ma non siamo stati mai coinvolti in un progetto, da nessuna amministrazione. Siamo stati contattati solamente per richieste di intervento.

Durante la campagna elettorale per le amministrative monrealesi Lei ha invitato i candidati sindaci aconfrontarsi e a presentare le proposte su come affrontare l’emergenza povertà. Ho avuto l’impressione che nessuno dei candidati sindaci avesse un progetto chiaro. In quell’occasione, tra l’altro, Lei lamentava le scarse risposte ottenute dall’amministrazione precedente. E’ cambiato qualcosa con l’amministrazione Di Matteo?

Ancora nulla, siamo in attesa.


La situazione è diversa con gli altri comuni della diocesi?

No, mai nessun coinvolgimento, a parte un progetto per un doposcuola per ragazzi con il comune di Cinisi, da tempo terminato.

Qualche mese fa Lei ha pubblicato un omaggio all’impegno antimafia perseguito dal Cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo. In occasione dell’ultima festa di Santa Rosalia, l’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, ha de- nunciato lo stato di degrado sociale in cui versa la città, richiamando i politici ad adoperarsi per il bene comune. I presbiteridi Caccamo hanno da poco denunciato lo stato di abbandono in cui versa la città, in balia di interessi privati e logiche di potere. Non ritiene che nel territorio monrealese, tristemente noto per affari illeciti e per dolorosi sacrifici umani, sia auspicabile da parte della Chiesa una coraggiosa opera di denuncia e di richiamo alle figure istituzionali, affinché ottemperino al compito loro assegnato?

Negli ultimi anni la Chiesa, nel suo complesso, ha perseguito un percorso più intimistico, rivolgendosi poco all’esterno.

Non è limitativo?

Certo, la Chiesa non può sentirsi appagata solo dallo svolgimento della catechesi e della liturgia, la crescita della comunità deve essere finalizzata alla crescita della società. La Chiesa è chiamata ad essere lievito che fermenta la massa. La Chiesa di Monre- ale è lievito?

Impegno cristiano e impegno politico, non ritiene che una proficua azione sociale debba passare necessariamente dall’azione politica?

Paolo VI diceva: “la politica è la più alta forma di carità”. Impegnarsi in politica è una grandissima azione di carità nei confronti della società. Tanti cristiani guardano la politica come qualcosa di sporco, ed hanno scelto il volontariato come luogo privilegiato del loro impegno.

Lei ha scritto il libro “I Cristiani in politica”.

Io definisco l’impegno sociale un impegno prepolitico. Con la carità individuale i problemi strutturali rischiano di incancrenirsi o di subire pochi cambiamenti, invece attraverso adeguate leggi e opportuni provvedi- menti amministrativi si può incidere profondamente nel cambiamento, in senso positivo, della società, favorendo, ad esempio, una maggiore produzione di ricchezza e una sua migliore distribuzione a vantaggio delle classi più deboli. Ma, per fare politica, oltre ad essere buoni cristiani si deve esse- re buoni politici, cosa niente affatto scontata.

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