SYD BARRETT – THE MADCAP LAUGHS

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Araba Fenice desk

“Remember when you’re young, you shone like the sun..” cantavano maliconicamente i Pink Floyd del loro primo leader nella loro opera “Shine On You Crazy Diamond”.

Ed era veramente un diamante pazzo, Syd Barrett: splendente angelo etereo della psichedelia, geniale ed infantile, pittore prestato al Rock, a suo agio solo nel suo mondo fiabesco ed oscuro. Mondo ispirato da Carroll e Grahame, generatore di acide filastrocche sognanti su gnomi e gatti dispettosi, su ragazze che fluttuano per sempre nel fiume e su oche impazzite che beccano le teste di bimbi giocosi. Mondo evanescente come la brina e quasi impalpabile, ma così magnetico da esser capace di catturarti e non mollarti più. Solo lui, visionario pifferaio magico di storie lontane, potè narrare sia le scorribande di un travestito feticista e cleptomane (Arnold Layne), sia l’angoscia e la delusione di uno spirito puro schiacciato dalla fama (Jugband Blues).

“Sei stato catturato nel fuoco incrociato/di infanzia e notorietà” recitano i versi di Shine On, ed è proprio quello che è successo a Syd: le priorità del mondo discografico che si vendicano sulla poesia e ne fanno un sol boccone, facendo cadere Syd, soffocato dalle pressioni dei compagni e della EMI affinchè sfornasse sempre nuovi singoli di successo, in un baratro senza fondo di nevrosi e frustrazioni, ridotto ad un fantoccio dall’animo sbriciolato, come un biscotto pestato da un bimbo capriccioso. Ma nel ’68 il cigno non aveva ancora eseguito l’ultimo canto (che avverrà con il secondo e ultimo album “Barrett”): ed ecco questo spiazzante album, decadente e romantico, somigliante ad una giostra scalcagnata di un luna park d’annata. Mi son sempre chiesta come questo disco riesca a stillare una così disarmante malinconia di un animo tormentato pur restando lieve, quasi trasognato (prove principali ne sono le tracce Dark Globe, Late Night, No Man’s Land). Syd, guidato con non pochi sensi di colpa dagli ex compagni di band Roger Waters e David Gilmour, canta e suona con tono incerto e struggente, non senza una vena ironica, che tinge di un’aurea inquieta e tetra la magia da libro di fiabe che lo caratterizza. La voce in quasi tutte le tracce si riduce a quasi un sussurro leggermente tremolante, che segue le melodie sbilenche della chitarra acustica. Il tutto impreziosito dai tocchi “progressive” degli ospiti dell’album, gli sperimentatori Soft Machine: praticamente un album che è un pugno in un occhio per le normali produzioni discografiche, così vero e vivo, pur esprimendo l’ultimo rantolo di creatività di un genio della musica rimasto quasi di nicchia. Un disco “a testa in giù”.

Molto intriganti sono soprattutto l’ambigua No Good Trying, che confonde gli amori infantili con quelli più erotici di tipo adulto (notevole la fusione di immagini di bimbi che giocano al dottore e strusciamenti sensuali), e la straziante e “darkissima” messa in musica di Golden Hair, poesia giovanile di James Joyce, profonda e solenne, in cui immergersi dalla testa ai piedi. In questo album c’è tutta la sua indescrivibile essenza, dal morbido country-folk di Terrapin alla melanconica Long Gone, passando per il boogie-jazz d’ispirazione beat di Here I Go e la dolce e arrotondata Late Night. She Took A Long Cold Look è un folk non convenzionale, uno sguardo disincantato sulla favola, come l’emozionante Feel, in cui il folk prende il volo verso la fantasia fiabesca più cristallina. La frenetica Love You ci mostra un Syd Barrett che esegue distrattamente melodie danzereccie anni ’50 imbevute di LSD, ma ciò che disarma di più è la sconcertante If It’s In You: sembra quasi una versione prova di una canzone, c’è tutta la fragilità di un uomo spezzato lì dentro, così pulsante, con le sue false partenze e la smania di raggiungere subito le vette emozionali.

Ma il centro tumultuoso di tutto è la splendida Octopus, il cuore del genio, un continuo caleidoscopio di giochi di parole e ritornelli prodigiosi, gettati disinvoltamente nella pur incerta struttura del brano. Il “Testamatta” (Madcap) detta dall’ombra la parabola discendente di un animo sconfitto e spento, quest’album è un riso liberatorio sull’orlo dell’abisso, commuove ed inquieta. Permeandoti con il canto svagato e ingenuo di Dark Globe e la sconfortante No Man’s Land, scivola dentro l’anima “rapinosamente” fin nelle viscere. Non ci lascia in pace. E sicuramente non si fa dimenticare. 

TRACKLIST:

– Terrapin

– No Good Trying

– Love You

– No Man’s Land

– Dark Globe

– Here I Go

– Octopus

– Golden Hair

– Long Gone

– She Took A Long Cold Look

– Feel

– If It’s In You

– Late Night

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