Fiabe siciliane: intervista ad Amelia Crisantino

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La Sicilia è una terra favolosa e Amelia Crisantino propone le fiabe di Giuseppe Pitrè per raccontarcela, uno spaccato che è storico e al contempo poetico.

Il lavoro svolto, precisa l’autrice, non è di traduzione ma di divulgazione.

Il libro, infatti, è breve, ha un costo accessibile, il linguaggio è moderno, le storie appassionanti. 

Il criterio che si è posta non è quello di comporre un’antologia ma di offrire un fondo identitario e riscoprire la Sicilia attraverso le sue storie Folk.

Oggi come alla fine dell’Ottocento il Folk è terra proibita, si tenta di occultarla con la moda e la modernità.

Tra un sicilianismo a tutti i costi in cui si esaltano le virtù della terra, dissimulando i difetti e i vizi, e il disprezzo sconsiderato, Amelia opera per una terza via possibile, che restituisce dignità senza falsare la storia.

Con la traduzione delle fiabe infatti vira verso la frantumazione dello stereotipo per riscoprire un terreno nuovo.

Perché le fiabe del Pitrè?

A me è sempre piaciuto il Pitrè.

Giuseppe Pitrè ha avuto una sorte ingiusta perché, pur essendo il massimo conoscitore della tradizione della Sicilia, viene acclamato nei momenti di circostanza e subito dopo dimenticato.

Nei fatti è un pianeta sconosciuto.

Nei momenti in cui c’è da rendere onore si onora poi non è praticato.

La fama del Pitrè ha avuto dei contrattempi per via di un’ingenuità, ed il torto, il torto ingenuo forse, di dare una definizione della mafia che è stata utilizzata poi in mala fede da altri che sono venuti dopo di lui.

Lo scrittore ha parlato di mafia come mentalità e atteggiamento quasi rifiutando il concetto come potere politico.

Questa concezione lo ha reso cattiva etichetta per la sinistra, pur non soddisfacendo le attese della destra.

Non era abbastanza per la destra e poco per la sinistra.  

Bisogna assolutamente superare questo scoglio, la colpa, il peccato originario che oscura la sua opera.

Per quanto riguarda le fiabe, Pitrè pubblicò 4 volumi che furono accolti malissimo dalla critica del tempo, il giornale di Palermo li definì come 4 volumi di porcherie poiché raccontava storie amorali, senza una moralità edificante.

Si trattava di storie che aveva appreso dal popolo, che a sua volta aveva raccolto e che facevano parte della storia culturale.

Era il 1885 e la Sicilia era già un caso per la pubblica sicurezza e nemmeno il folklore era continente neutro perché dal folklore si poteva gettare luce sull’amoralità di un popolo.

Siccome le fiabe non erano attinenti alla moralità delle famiglie borghesi, allora erano  arma in mano a chi diceva che la Sicilia non era abbastanza civilizzata.

In mezzo a mamme draghe, principi e principesse: che bisogno c’era di mostrarlo? Era questa la logica della critica del giornale di Palermo.

Aiutaci a  immaginare Giuseppe Pitré

Un uomo con la vocazione dello studioso, il suo motto era “nessun giorno senza un rigo di scrittura.”

Era un medico con la vocazione del ricercatore-antropologo. Nonostante fosse assorbito dal lavoro di cura non rinunciava mai a portare con sé, nel lavoro, la sua ricerca, la sua scrittura.

Questo  dimostra che le cose fatte per diletto sono le migliori!.

Perché Pitré crea questa raccolta?

Pitré cercava il tesoro del popolo siciliano, voleva a tutti i costi preservare dalla modernità la cultura propria del suo popolo.

Così comincia la raccolta di queste fiabe.

Le raccoglie con una certa inconsapevolezza, svelando gli arcani di un mondo conosciuto solo per stereotipi, delineando un terreno nuovo.

Ed è proprio la paura del poter svelare l’essenza della sicilianità, con le sue mille contraddizioni, che infiamma la critica locale, la quale preferisce che i panni sporchi si lavino a casa.  

Le fiabe sono scritte nel dialetto siciliano dell’800, è stato difficile il lavoro di traduzione?

Ho lavorato molto sulla lingua, il dialetto corrente non è certo il dialetto di Pitrè.

Non ho svolto un lavoro filologico nella traduzione piuttosto cercavo il suono del testo.

Quando una parola non mi convinceva la leggevo ad alta voce per sentirne il ritmo!

Pitrè cercava la lingua siciliana ma la lingua siciliana non esiste, esistono i dialetti.

Nella scelta delle fiabe hai usato un criterio volto all’esaltazione della donna o alla denuncia delle discriminazioni di genere in esse contenute?

In realtà le ho scelte a pelle, di istinto, non ho fatto molti calcoli.

Solo dopo mi sono accorta che ho prediletto quelle che raccontava Agatuzza Messia, una popolana del Borgo Vecchio che fu la nutrice del  Pitrè.

Le fiabe che più mi piacevano erano le più avventurose, dove le protagoniste erano donne intraprendenti, al di la di ogni definizione, andavano a sconfessare lo stereotipo della donna fragile, debole, che ha bisogno di protezione: queste donne non avevano bisogno di niente!!

Dicevano: io vado!!!!!

Le donne del Pitré, anche quando sono sottomesse, lo sono solo apparentemente.

Per esempio, in una delle favole che propongo, c’è una moglie che, per salvare dall’imbarazzo il marito gli propone lei stessa di  chiuderla in casa.

Mette alla berlina le convenzioni, viene fuori dov’è il potere reale.

 

Fiaba  preferita?

La raccolta si compone di tipologie differenti di fiabe, alcune sono magiche, altre d’avventura, altre ancora surreali.

Se ne dovessi scegliere una è certamente “Peppi spersa per il mondo” in cui l’eroe non parte alla ricerca di un tesoro ma per cercare lavoro. E’ una favola moderna..

Una vera amante della storia Amelia, il prof. Renda amava dirle “ma tu sei impastata con la storia!”.  Tra i suoi lavori più importanti ricordiamo l’edizione critica dell’inedito di Michele Amari “Studii sul la storia di Sicilia dalla metà del XVIII secolo al 1820”, adesso inserito nella Edizione nazionale delle opere di Michele Amari: gli “Studii” e l’Introduzione sono editi nei “Quaderni” di «Mediterranea ricerche storiche» (quaderni n. 14 e 15).

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