Pasta con la ricotta

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tusa big

In casa mia di piatti salutari se ne cucinano ‘nto piccaredda, perché i vegliardi non intendono rinunciare al gusto e ai piaceri della tavola, soprattutto mia madre che pretende sempre ingredienti freschissimi e rigorosamente nustrali. Quando si decide preparare la pasta con la ricotta si mette in moto tutta un’organizzazione particolare per il reperimento dell’ingrediente principale. La ricotta è un latticino delicato e particolare che va acquistato nei posti giusti, di andare dal salumiere o al supermercato non se ne parla proprio – il veto è assoluto!

Tempo fa, sono stata a comprare un po’ di carne bbona e sincera a Balata di Baida, e visto che mi trovavo da quelle parti avrei dovuto comprare anche l’ottima ricotta di pecora che di solito troviamo dallo stesso macellaio, ma purtroppo, non avendola prenotata per tempo, non ne aveva.

Tornando a casa mia madre pi risìa un chiancìa, la delusione, per lei, era tale ca mi parsi piatusa:–non ti preoccupare mamma, domenica vado a comprarla al mercato contadino … manco il tempo di finire che secca e decisa arrispunniu: – NO!

Un NO che non ammetteva repliche: – e cu avia a parrari chiù? Chi sacciu siddu a ricotta chi vinnunu o mercato contadino è addizionata di uranio impoverito, megghiu un pipitiari chiù!

E comu l’aviamu a fari a pasta, se non si trovava la ricotta ddi chidda giusta? Accorata e silenziosa vagavo coi pensieri: cercando un lume che ci desse una speranza! Niente, dovevamo rinunciare alla nostra pasta.

Improvvisamente, il lume arrivò attraverso mio padre, chi ci dicìa a me matri che a ricotta di vacca, quannu è “sincera” è puru bona, e un sacciu un sacciu siddu è chiù bbona! Confortata da tanta saggezza decisi di andare a prendere la ricotta da un vaccaro di mia conoscenza … non posso indicare il posto né cu è u vaccaro, perché la ricotta per essere davvero buona deve essere fatta, all’antica, contravvenendo alle regole comunitarie, ovvero con il latte crudo e appena munto!

Mia madre, per fortuna mia, la trovai, stavolta, dalla mia parte: – veru è! Ddu cristianu cogghi a ricotta a menziornu, dumani vacci! (Per mia madre i cristiani non hanno nome, su tutti ddu cristianu si sunnu masculi, dda cristiana si sunnu fimmini).

E così, domenica minni ivu a ni ddu cristianu sola soletta per andare a comprare la ricotta di mucca, che per me è più buona di quella di pecora perché la trovo meno tanfusa.

Arrivata, ni ddu cristianu, c’erano solo mucche e vitellini nati da pochissimi giorni, e nessuna traccia umana, fiduciosa che, comunque, qualcuno sarebbe arrivato mi intrattenevo con i vitellini: e intanto arrivava un signore probabilmente Rumeno: – Signiuora che cuosa stai ciercando? Io volere ricuotta fresca tu ne avere?

Quando mi relaziono con uno straniero mi viene del tutto naturale parlare la sua stessa lingua…- cierto signiuora ma tu pagare ricuotta a Signiuore di mucca, quella di fruonte è sua casa, tu andare da questa struada poi fai prima truaversa a sinistra e tu arrivata da signiuore di mucca. Ddu cristianu, tempu ca tu cuntu, canciau nnomi ora si chiamava Signiuore di mucca.

Arrivata a casa di Signiuore di mucca, mi cci detti a canusciri, resosi conto di chi fossi cominciò a scodinzolare come un canuzzu, non che io abbia meriti particolari ma il solo fatto di essere la figlia di Pippinu Uddu, cristianu bravu e stimatu, mi da credito, mancu si fussi a figghia du presidenti da repubblica!

E così il signiuore di mucca, mi fece accomodare in casa perché doveva a tutti i costi offrirmi na cusuzza duci, ma prima di invitarmi ad entrare mi rassicurava del fatto che in casa c’era sua moglie, la signiuora di mucca, parabola significa tarantola abballarina: la mia onestà di picciuttedda schetta era salva.

Trasennu ‘ncasa, la signiuora di mucca m’afferrò e m’impiccicò na vasata a destra e na vasata a sinistra mi fici assittari propriu in facci a idda, a tipu comu siddu eravamo ‘ncapu un trenu, e mi taliava silenziosa, cu l’occhi spatiddati, appena m’assittavu, il canuzzo di casa, uno yorkshire troppu sapuritu, mi saltò sulle ginocchia chi vulia fattu u priu e intanto il signiuore di mucca, si prodigava a riempire il tavolo di taralli, tetù, frutti di martorana, cioccolatini: – manciassi signorì!

Mentre prendevo un biscottino nico nico, la signora mi metteva in mano un cioccolatino, e il cane continuava ad alitarmi nta facci, insomma, ero accerchiata senza via di fuga.

Mentre addentavo quel dolcetto a detti stretti, lui mi chiedeva, di me patri, me matri, me soru a granni, me soru a menzana, me zia, me ziu, me cucina, a me vicina di casa, quando… la domanda fatidica che capita sempre tra cozzu e cuddaru … – ma siti tri soru schetti?

Alla mia risposta affermativa la signiura di mucca, uscendo dal suo letargo: bbonu signorì accussì avi menu pinseri, ma mi dicissi na cosa, si cci attrova bbona schetta?

Domanda che non m’aspettavo, chi mi fici affucari cu du viscutteddu chi stava lippiannu, a ddu puntu un sapia chiù comu scappari.

Gravunchiu ‘ncapu a vaddera: ma la Signorina è ancora giovane, Signorì mia cugina si è sposata a sessanta anni, dico SESSANTANNI, con un vedovo padre di due figli, ma bravo signorì, bravissimo, la porta sempre a ballari e a manciarisi a pizza ffora….

Mizza!! Questa si che è una bella notizia cosa di fari savuta nall’aria!

A poco a poco acquisivo la consapevolezza che sarebbe stato difficile accomiatarsi, ogni mio tentativo era quasi invano, stavo quasi per dire che dovevo andare che il signiuore di mucca mi suggeriva di bere un bicchierino – no grazie sono astemia, mancu u tempu di sciatare che la signiuora di mucca incalzava – un whisky signorì?NO! Sono astemia! Il marito: ma quali vuischie pigghia na cosa dduci, chi sacciu un rosolio, un limoncello na marsala!

Oh matri mia, come dovevo fare capire a questi due che non bevo, e cosa dovevo fare pi scappari a gambe levate? Finalmente riuscii a trovare la chiave giusta per andarmene facendo leva sui buoni sentimenti dei due, così apprendendo che i miei genitori erano soli in casa mi dissequestrarono…

Quanto alla ricotta, non se la fecero pagare, anzi me ne regalarono na fascedda suvecchiu  ed io tornai a casa con due fascedde di ricuotta e consapevole che a “sessantanni” potrei sposare un brav’uomo vedovo che mi porta a ballare e a mangiare la pizza in pizzeria.

Andiamo alla nostra pasta, mia madre la fa come ci ha insegnato nonna Nina, io mi sono permessa di elaborare la ricetta, disattendendo le tradizioni familiari e la faccio così:

Ingredienti  per 4 persone:

400 g di pasta di un formato preferibilmente corto

500 g circa di ricotta freschissima

Una manciata di granella di pistacchi e mandorle

Noce moscata q.b.

La scorza di un limone grattugiata

Pepe verde q. b.

Parmigiano grattugiato.

 

Fare bollire l’acqua aggiungere il sale e calare la pasta, intanto che la pasta cuoce lavorare la ricotta in una terrina posta su un pentolino pieno d’acqua bollente, la ricotta non deve mai essere lavorata sulla fiamma, perché diventa granulosa e dura, a poco a poco aggiungere tutti gli ingredienti mescolando per bene con un cucchiaio di legno.

Quando la pasta è cotta, scolarla e amalgamarla con la crema di ricotta aggiungendo una bella manciata di parmigiano grattugiato.

Portare in tavola e … viri chi manci!

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