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Politica

TASSE: BASTA, E’ TROPPO!

Le conseguenze di una elevata pressione fiscale e di una classe politica rapace sulle famiglie e sull’economia italiana

Pubblicato il 9 settembre 2013

TASSE: BASTA, E’ TROPPO!

L’On. Stefano Fassina, responsabile economico del PD, ad un recente convegno organizzato dalla ConfCommercio, ha detto che, pur condannando l’evasione fiscale che va comunque combattuta, ”esiste una evasione di sopravvivenza” e che c’è una stretta relazione tra la pressione fiscale, la spesa pubblica e l’evasione.

Una pressione fiscale giunta al 54% e oltre lascia spazio a riflessioni.

Contro l’On. Fassina si è verificato una alzata di scudi da parte di componenti del suo stesso partito.

Ma cosa ha detto di così strano l’On. Fassina? Ha avuto il coraggio di riferire pubblicamente ciò che pensano la grande moltitudine degli italiani, onesti, ma vessati. Ha dato voce a una notevole fetta della popolazione italiana, che non riesce più a tollerare la gigantesca piovra della pressione fiscale: e di piovra si tratta perché all’IRPEF dello Stato, vanno aggiunte le varie addizionali IRPEF Regionali, Provinciali, Comunali, addizionali sul consumo dell’energia elettrica, tributi vari locali.

Fra non molto saremo costretti ad imparare a respirare lentamente e profondamente per risparmiare aria, poiché qualche politico-economista prima o poi si alzerà e deciderà di tassare la quantità di aria che ciascuno di noi respira e consuma.

Ormai, da decenni si ascolta e si legge che l’evasione fiscale in Italia è macroscopica, che sfiora i 100-150 miliardi di Euro l’anno, che c’è anche una elevata pressione fiscale sugli onesti contribuenti. Ma nessuna forza politica ha avuto e mostra il coraggio di affrontare in maniera radicale ed esaustiva il problema.

Si dovrebbe consentire ad ogni contribuente la facoltà di portare in detrazione dal proprio reddito lordo tutte le spese sostenute durante l’anno. Dovrebbe essere consentito di portare in detrazione dal reddito lordo tutte le spese affrontate durante l’anno, testimoniate da fatture e scontrini fiscali. Ciò provocherebbe una emersione del lavoro nero, poiché creerebbe un conflitto di interesse tra il prestatore d’opera e il fruitore d’opera, cioè il contribuente. Sul reddito rimanente andrebbero calcolate le tasse da versare allo Stato.

Infatti, vorrei ricordare che il reddito lordo di ogni lavoratore dipendente è già decurtato alla fonte da una trattenuta IRPEF del 20%; la quota di reddito utilizzata per spese durante l’anno viene tassata dal pagamento dell’IVA al momento dell’acquisto del bene; e ricordo che l’IVA,tranne per i beni di prima necessità, è in atto del 21%.

Quindi, sommando la trattenuta alla fonte del 20% di IRPEF sul reddito lordo, con il 21% di IVA pagato all’acquisto del bene siamo già ad una tassazione del 41%. Non vi sembra già sufficiente?

Invece, chi si trova nella fascia di tassazione IRPEF del 43%,si vedrà addebitare un ulteriore 23% di IRPEF. Facciamo un po’ di conti:

                               20% trattenuta IRPEF alla fonte

                               23% conguaglio IRPEF

                               21% IVA

                              __________________________

                 Totale   64% di tassazione

Siamo ad una tassazione del 64%,a cui vanno aggiunti gli innumerevoli balzelli regionali, provinciali, comunali, che fanno lievitare la tassazione oltre il 70% del proprio reddito.

Credo che tutto ciò sia troppo da accettare e da sopportare. E’ ora di provvedere ad un reale e corposo dimagrimento della macchina amministrativa dello Stato, escludendo la Scuola, la Sanità e l’Università, i cui costi e qualità dei servizi negli ultimi decenni sono stati ridotti ai minimi termini.

Bisogna porre a serio dimagrimento la macchina burocratica dello Stato e la Politica, con tutte le sue distorsioni. In un bilancio dello Stato, che sfiora i 900 miliardi di euro l’anno, non dovrebbe essere difficile recuperare 40-50 miliardi di euro l’anno, da ridistribuire sulle famiglie, con un reale calo della pressione fiscale, per aumentarne il reddito reale, il tenore di vita e, quindi, i consumi.

Oggi, per un imprenditore, mantenere in vita un’attività produttiva è diventato un rischio da triplo salto mortale. Le condizioni del costo del lavoro e del carico fiscale in Italia sono insostenibili.

Giorni addietro, un amico titolare di una piccola attività produttiva, che garantisca impiego a 10 persone, mi ha confessato che il suo commercialista, pur rassicurandolo che l’azienda è sana e procura discreti profitti, gli avrebbe proposto, per ottimizzare i costi, di ridurre il personale o trasformarne una parte da full-time a part-time. E’ chiaro che di fronte a situazioni estreme un imprenditore o riduce il personale, abbassando così i costi, o se può delocalizza in altre aree (Europa dell’Est, Albania, Tunisia, Marocco, …).

Siamo arrivati al punto di rottura, di non ritorno.

L’autunno, o peggio ancora l’inverno, della nostra economia rappresenta il declino delle nostre famiglie, della nostra società. Bisogna invertire la tendenza.

Di fronte ad un imprenditore che garantisce lavoro e certezze economiche a 1-10-100 lavoratori, lo Stato dovrebbe essere riconoscente, dovrebbe riconoscergli un premio, un minor carico fiscale, proporzionale al numero di lavoratori assunti. L’imprenditore dovrebbe godere di uno sconto fiscale progressivo al crescere degli impiegati full-time. Questo farebbe da volano per la crescita economica ed occupazionale e migliorerebbe nel tempo il tenore sociale delle famiglie italiane.

Se queste riflessioni vengono prodotte da noi umili cittadini, perché non vengono condivise e realizzate dai nostri politici? E’ chiaro: o peccano di stoltezza, di insipienza, o sono conniventi con la lobby finanziaria, che ormai ha assunto il controllo dell’economia mondiale.

Bisogna ricordare che la ricchezza andrebbe posta al servizio dell’Uomo, andrebbe spalmata orizzontalmente per migliorare il tenore di vita dell’Uomo. In realtà, oggi, la moltitudine degli uomini siamo schiavi del perverso sistema della finanza, che garantisce ricchezza e potere ad una ristretta oligarchia e povertà, stenti, rinunce alla moltitudine degli uomini.

Probabilmente solo un crack sociale, solo una rivolta ghandiana della popolazione, potrebbe porre fine a questo stress finanziario e scardinare questa classe politica, che nella sua interezza si è dimostrata incapace e rapace negli ultimi decenni.

Bisogna ripartire con una nuova classe dirigente, composta da persone che si sono realizzate nei loro ambiti professionali con i propri sacrifici e i propri meriti e che potrebbero essere disposte a donare parte del proprio tempo, delle proprie competenze per il bene comune, per amministrare in maniera sana ed umana uno Stato, come si farebbe all’interno di una famiglia. Un buon padre di famiglia, certamente, sarebbe anche un buon politico. Questa nuova classe politica dovrebbe essere scevra da interessi e condizionamenti esterni (finanza e lobby varie), dovrebbe umanizzare le scelte in politica, mettendo al centro di tutte le iniziative l’Uomo, con i suoi legittimi bisogni, la Famiglia, come cellula fondamentale della società civile, la Giustizia sociale.

Spero che queste riflessioni possano essere condivise da altri, possano contribuire a preparare un prossimo futuro più giusto, più equo, più cristiano (la dottrina sociale della Chiesa è patrimonio dell’Umanità e non solo dei credenti).

MIRTO GIROLAMO

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