Sarina Ingrassia oggi compie 90 anni, tanti auguri dalla redazione

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Araba Fenice desk

“Pronto? Sei Sarina Ingrassia?”

“Sì, dimmi. Chi sei tu?”

“Mi chiamo Alex, mi ha dato il tuo numero frère Pierino di Taizé. Volevo fare un’esperienz…”. Non feci in tempo a terminare la frase che dall’altra parte della cornetta, la voce squillante con il marcato accento siciliano mi interruppe: “Quando vuoi vieni, qui c’è sempre posto”.

Tentai di capire cosa significava “c’è sempre posto” ma non feci in tempo a porre la domanda: “Ti aspetto”, mi disse Sarina.

In quelle parole sta il segreto di una vita trascorsa ad aspettare gli altri, ad accogliere, letteralmente a braccia aperte, con la porta spalancata.

Quell’uscio di via Baronio Manfredi 59  non mi ha mai lasciato indifferente. A precederlo i colori di un murales che da anni sembra dare il benvenuto a chi arriva, prima ancora del sorriso di Sarina. Quell’uscio l’ho visto aperto di giorno e di notte quando a bussare a quella porta arrivava a tarda sera quella madre con la figlia di sette anni in braccio, per trovare un riparo alla solitudine o quel ragazzino fuggito di casa perché il padre troppo violento non gli concedeva la serenità. Lì c’era e c’è Sarina che mi ha insegnato che “i poveri non hanno né giorno né ora per bussare”.

Ho visto attraversare quella porta i pellegrini della speranza: uomini e donne, truppe di giovani, seminaristi, coppie in crisi, scout e con loro Rita Borsellino, Agnese Moro, padre Alex Zanotelli, Gherardo Colombo e tanti altri. Arrivare a Monreale, da Sarina, è un po’ come fare il cammino di Santiago: hai la certezza di giungere in un luogo sacro, di incrociare altre persone che marciano con te verso un miraggio che ci ha messo in moto.

Quella porta è rimasta aperta a Natale quando su quella tavola di legno, sedevano i più poveri della città, il pazzo, il bambino che a casa nemmeno quel giorno aveva il panettone.

Ho visto solo una volta socchiudersi quell’uscio. Quella mattina Sarina aveva voglia di pregare. Salimmo al secondo piano. Ci sedemmo davanti al crocefisso di legno di Taizé, alla fotografia del suo amico padre missionario ucciso nelle Filippine, a quel ritratto della nudità e iniziammo a leggere un salmo. Ad interrompere la preghiera ci pensò Maria: “Sarina, Sarina, hai della pummarola?”. Sarina sorrise: “Ecco vedi Signore”.

E quel 25 dicembre quando al telefono Sarina mi disse con la voce rotta dall’emozione: “La casa sta andando a fuoco”, piansi. Stavo andando al carcere di Lodi per accompagnare un parlamentare in visita ai detenuti e feci tutta la strada in lacrime.

Nemmeno le fiamme hanno posto fine alla storia di quella casa, che appartiene ormai a molti di noi. Chi è passato da via Baronio Manfredi non ha mai più dimenticato il tempo trascorso con questa donna che con la sua storia ha lasciato un’impronta nella Storia con la “s” maiuscola e nelle storie di ognuno di noi.

Ci sono persone che quando le incontri ti cambiano la vita. Ho avuto la fortuna di conoscerne qualcuna: Nino Caponnetto, don Andrea Gallo, Rita Borsellino. Sarina è una di queste.

Quegli occhi profondi, brillanti; quelle mani che hanno abbracciato tante persone; quel sorriso talvolta divertito, altre volte consolatore; quella voce che si fa dolce con i più piccoli, poderosa quando si tratta di “indignarsi” con qualcuno o di urlare ai giovani “serve una rivoluzione. Io sono pronta”, non si dimentica.

Quando parla della sua esistenza, dei suoi 90 anni, spesso dice: “Rifarei tutto. Sono contenta della mia vita”. Ancora una volta ci sorprende: non siamo noi a farle gli auguri ma è lei con la sua vita a farli a noi, a suggerirci una vita piena.

“In direzione ostinata e contraria”, per dirla con Fabrizio De André.

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