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Antimafia e legalità

Monreale, città mafiosa

Uno sguardo generale sull’organizzazione mafiosa monrealese

Pubblicato il 25 luglio 2013

Monreale, città mafiosa

Si sente spesso dire che la mafia non è più quella di una volta: la mafia rurale si è ormai trasformata in una S.p.a. e non si presenta più con coppola e lupara, ma con nuovi strumenti finanziari ed economici più efficaci.
Ciò avviene nelle metropoli o nei grandi centri urbani, ma nei paesi di provincia la situazione è ben diversa: a Monreale, per esempio, Cosa Nostra, per il forte attaccamento a vecchie tradizioni e metodi criminali, somiglia ancora molto a quella di Don Vito ne “Il padrino”. Per questo, prima degli arresti avvenuti nella notte tra il 7 e l’8 aprile nell’ambito dell’operazione “Super Mandamento”, la famiglia mafiosa monrealese era considerata dagli addetti ai lavori la più violenta e attiva della provincia.

LA VICENDA:
Secondo i magistrati, in seguito alla scarcerazione (dopo 12 anni di 41-bis) di Antonino Sciortino, 51enne allevatore di Camporeale, le famiglie della provincia di Palermo si stavano riorganizzando per creare un “Super mandamento” in grado di imporsi sulla mafia di città.
Questo progetto aveva come principale protagonista la famiglia mafiosa di Monreale, che però si trovava in una situazione di fibrillazione per la scelta del successore del vecchio boss Antonio Badagliacca, condannato a 8 anni di carcere nell’ambito dell’operazione “Perseo” e quindi conseguentemente destituito.

A contendersi il comando erano Sergio Damiani e Vincenzo Madonia.
Damiani, rispettivamente figlio e nipote dei vecchi boss monrealesi Salvatore e Settimo Damiani, era stato arrestato nel 2002, era tornato in libertà nel 2005 per poi essere arrestato e condannato a 6 anni e 4 mesi in seguito all’operazione “Perseo” del 2008. Attualmente detenuto, era appoggiato da numerosi affiliati in carcere.
Madonia, invece, era stato condannato in passato a 2 anni per favoreggiamento del vecchio boss Giuseppe Balsano ed era appoggiato da Antonino Sciortino e altri importanti mafiosi.

IL CASO DI LUPARA BIANCA:
A pagare per questa disputa interna era stato Giuseppe Billitteri, un venditore ambulante mafioso (parente di Damiani) che si opponeva alla leadership di Madonia. Il regista dell’omicidio di “lupara bianca” (i carabinieri sono ancora alla ricerca del corpo) è stato individuato dagli inquirenti in Giuseppe Lucido Libranti, capodecina di Pioppo e portavoce di Sciortino e Mulè (boss di San Giuseppe Jato). 

GLI APPALTI e SUBAPPALTI:
Libranti era una figura centrale nell’organizzazione, in quanto titolare della “Giuseppe Lucido Libranti“, una ditta di lavori edili e stradali – scavi fognari – movimento terra – lavori edili in genere, con sede in via Provinciale n.3 a Pioppo.
Secondo i magistrati, attraverso questa ditta l’organizzazione criminale aveva assunto una posizione quasi monopolistica nel settore edile ed aveva pesantemente condizionato gli appalti, garantendosi il controllo delle commesse a Monreale con subappalti pubblici.
Gli affiliati all’organizzazione “visitavano” spesso i cantieri allestiti da ditte “pulite” nel territorio monrealese, imponendo l’assunzione di personale, l’affidamento di diversi lavori alla propria ditta, ma anche l’affitto di mezzi (noli a caldo e noli a freddo) e l’acquisto di materiali.
Purtroppo però, l’inefficacia dei controlli e l’inadeguatezza della normativa riguardante gli appalti e subappalti non hanno permesso, e non permettono tutt’ora, di individuare eventuali responsabilità da parte delle istituzioni.

Esempio:
Un contratto di subappalto (det. dir. 43/apat del 29 gennaio 2010) ottenuto da questa ditta riguardava i “lavori di adeguamento dell’impianto di depurazione finalizzato al riutilizzo delle acque reflue depurate” a Monreale, affidato inizialmente alla ditta G.E.A. Spa di Napoli il 29 gennaio 2010 e avente un importo di 70mila euro (+ IVA), comprensivo della somma di 8.400 euro relativi agli oneri della sicurezza.
In successive determinazioni dirigenziali del Comune, inoltre, si era assistito ad un progressivo aumento dei fondi destinati a questa ditta, prima da 70 mila euro a 100 mila euro e poi da 100 mila euro a 130 mila euro.
La ditta di Libranti, tra l’altro, era in possesso del certificato antimafia.

LE ESTORSIONI:
A Monreale pagavano e pagano tutt’ora: le estorsioni, ad oggi, sono diffuse soprattutto tra le “grandi” ditte, mentre per quanto riguarda i piccoli imprenditori non ci sono prove dirette di dazioni di denaro, anche se i numerosi atti intimidatori che si verificano sul territorio (dall’incendio alla colla nei lucchetti) fanno presumere che anch’essi contribuiscano ad incrementare gli introiti dell’organizzazione.
Tuttavia, se prima era il mafioso che, dopo un paio di intimidazioni, si presentava e riscuoteva, sempre più spesso ormai capita che, davanti ad atti intimidatori del genere, sia l’imprenditore stesso a farsi avanti per cercare il contatto e quindi la sicurezza. Ciò dimostra come a Monreale non vi sia stato ancora un cambiamento di mentalità da parte della società civile: il sottosviluppo culturale, i particolari rapporti tra gli abitanti del paese e l’assenza di associazioni come “Libero Futuro” o “Addiopizzo“, sono fattori che frenano i cittadini monrealesi a denunciare.

LA SITUAZIONE ATTUALE:
In questo momento la mafia monrealese sta attraversando un momento di difficoltà poiché, come già detto, il vertice dell’organizzazione è stato decapitato proprio nella fase in cui si stavano consolidando determinati rapporti e si stavano affacciando sulla scena criminale determinati soggetti. Adesso la vecchia guardia e le nuove leve sono tutte in carcere, ma secondo gli inquirenti non è da escludere che tra un anno questo cancro si sia già rigenerato, tornando così al punto di partenza.

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