DON MANGANIELLO a FILODIRETTO: ‘La Chiesa deve avere il coraggio di denunciare la mafia!’

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A Monreale la chiesa ha sempre dovuto fare i conti con la mafia. 
Siamo passati dall’arcivescovo SALVATORE CASSISA, indagato più volte per presunte (poi smentite) collusioni mafiose, a CATALDO NARO, vescovo impegnato nella “resistenza alla mafia” e morto improvvisamente per un’aneurisma (…), dal silente Monsignor SALVATORE DI CRISTINA, che non ha avuto il coraggio di nominare la “mafia” al funerale di Placido Rizzotto (per lui “Rizzuto”), a MICHELE PENNISI, notoriamente nemico nei mafiosi, come dimostrano i suoi gesti passati e le sue prime uscite pubbliche da vescovo di Monreale. 

Ma quale deve essere il ruolo della chiesa nella lotta alla mafia?
Ne abbiamo parlato con Don ANIELLO MANGANIELLO, un prete “normalissimo” che, fino a pochi anni fa, combatteva la camorra a Scampia, uno dei quartieri napoletani con più alta densità mafiosa. 

Dopo aver fatto una distinzione tra Chiesa istituzione e Chiesa popolo, Don Manganiello prende atto degli sporadici casi di collusione tra mafia e alcuni esponenti della Chiesa istituzione e focalizza soprattutto l’attenzione sui cosiddetti “silenzi complici“, cioè i comportamenti di tutti coloro che non hanno il coraggio di schierarsi dalla parte della gente che vive ogni giorno l’oppressione dei poteri criminali e mafiosi.
Per combattere la mafia si devono negare i sacramenti a questi personaggi, ma soprattutto si deve DENUNCIARE

Lui lo ha fatto e per questo ha ricevuto minacce, ma sulla scorta ai preti dice: “Per me la scorta non si addice al ruolo dei sacerdote. Il prete è chiamato ad annunciare il Vangelo, a mettersi dalla parte dei poveri e degli indifesi, a saziare quella fame e sete di giustizia che gli uomini e le donne del nostro tempo si portano dentro, soprattutto nel sud Italia dove la gente non è libera. Deve fare ciò rischiando anche la vita, come Don Puglisi”.

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