Della circolarità del tempo, dell’appartenenza e di altre delizie: la Festa del Crocifisso di Monreale

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È tipico del bambino porre domande incalzanti e talvolta assurde sul futuro. Ed è ancora più tipica la riluttanza dell’adulto a fornire risposte plausibili a tali domande.

Un nonno siciliano di tutto rispetto, ad esempio, risponderebbe al tanto adorato, quanto insistente, nipotino con spiazzante fatalismo: “E iu chi nni sacciu??! Sicura c’è a morti!”

Ebbene sì, la morte, come nel più crudele dei paradossi, è una delle poche certezze della vita. Per fortuna, tuttavia, non è l’unica.

Ogni sera, quando ci addormentiamo, c’è un pensiero che ci rasserena e ci accompagna dolcemente tra le braccia di Morfeo: tra qualche ora, quando ci sveglieremo, il sole, come tutte le mattine dall’alba dei tempi, sorgerà, dando inizio ad un nuovo giorno. Questo sole, che ogni mattina si prende la briga di sollevarsi sulla linea dell’orizzonte, ci informa dell’esistenza del Tempo, croce e delizia degli esseri umani, lancetta inesorabile e padre rassicurante.

Provate per un attimo ad immaginare un tempo infinito, che scorra incessantemente, non scandito. Un tempo in cui ogni giorno sia diverso dall’altro, un tempo fatto di mesi senza settimane, di anni senza mesi, di secoli senza anni. Un tempo senza Natale e senza Pasqua, un tempo senza compleanni. Un tempo che non ritorna.

L’incubo del tempo lineare, che come un’autostrada sterminata va senza mai arrivare, ha ossessionato l’uomo da sempre. In effetti, diciamocelo, un cerchio (tondo, accogliente) è molto più affascinante di una retta (lunga, noiosa)! Sarà forse per questo che la pizza ci piace più del grissino ed il pesce palla più del serpente a sonagli?

Ad ogni modo, i nostri antenati hanno dedicato alla creazione di un tempo circolare, quello che (grazie a Dio!) si morde la coda, i primi secoli della loro storia di animali dotati d’intelligenza. Ed è proprio da questa ricerca spasmodica che è venuta fuori una delle invenzioni umane più portentose, seconda per importanza solo al linguaggio: il calendario.

Figlio primogenito della Matematica e dell’Alternarsi delle stagioni, questo straordinario strumento permise ad esseri umani smarriti di suddividere l’infinito e di dare un nome alle diverse parti che lo componevano. Nacquero così prodigi quali l’assonnato Aprile, Febbraio indeciso, l’anno bisestile, la santa, santissima, domenica e l’ultimo dell’anno, con i suoi bilanci nostalgici ed i suoi tanti buoni propositi. Le fondamenta erano state costruite e sembravano ben salde. Si trattava, a quel punto, di procedere alla successiva colata di cemento. Quelle pagine spoglie, contenenti solo numeri e nomi di mesi, imploravano di essere riempite e fu così che le feste irruppero, prepotenti e chiassose, nella vita degli esseri umani.

E siccome, a quel tempo, ognuno era ancora libero di mettere nella propria esistenza ciò che desiderava, ciascun popolo della Terra ebbe la possibilità di crearsi le proprie, di feste.

Si dà il caso che nei primi anni del 1600, su una collina che dominava, superba, una lussureggiante distesa di agrumi, non distante dal golfo di Palermo, imperversasse una terribile epidemia di peste. Nel giorno di massima disperazione per gli abitanti del paese, in mare fu rinvenuto un pregiatissimo simulacro del crocifisso, ligneo all’apparenza, in realtà fatto per lo più di tela, gesso, colla e cartapesta. Per quanto assorbiti dall’emergenza che minacciava di decimarli da un momento all’altro, i monrealesi (questo il nome degli abitanti della collina) non rimasero insensibili al fascino della meravigliosa effigie e cominciarono a contendersela con i loro vicini palermitani, anch’essi bramosi di possederla. La disputa si prospettava già lunga e rovinosa, quando un vecchio saggio propose di demandare la decisione finale ai più imparziali tra gli esseri viventi: gli animali.

Il crocifisso fu dunque adagiato su un carro trainato da buoi e si stabilì che dovunque essi si fossero fermati, lì il simulacro sarebbe rimasto. Per sempre. Fu così che, a peste debellata, i monrealesi poterono finalmente riempire il calendario con una ricorrenza tutta loro. Anche il tempo della collina s’era fatto circolare di una circolarità speciale, perché unica.

Da quel lontano 1626 l’anno di ogni monrealese, maschio o femmina, bambino o anziano, disoccupato o lavoratore, credente o ateo, schettu o maritatu che sia, è scandito solennemente dall’arrivo di Maggio, che porta con sé, oltre che i timidi albori dell’estate, la Festa del Crocifisso.

La cornice non cambia: mandorlato impastato e chirurgicamente sezionato di fronte ad un pubblico di bambini in adorazione, mele candite alla Biancaneve, fontanelle grondanti acqua e latte di cocco, gioielli fatti a mano, stormi di palloncini svolazzanti e distese sconfinate di calia e simenza adornano le strade principali del paese, di solito animate esclusivamente da automobili nevrotiche ed accorti-evitatori-di-marciapiedi.

Un odore inconfondibile, a metà strada tra lo strutto dei panini con la milza e lo zucchero filato, solletica le narici dei numerosissimi partecipanti, per lo più autoctoni ma provenienti anche dai paesi confinanti, affezionati frequentatori di sagre.

Un sottofondo di musica napoletana e urla di venditori ambulanti contraddistingue i primi due giorni di festa, per essere successivamente rimpiazzato dai ritmi familiari della banda e dei tamburi, che la mattina del 3 di Maggio destano il paese e segnalano le varie tappe della processione.

Tra le rare variazioni su tema, quest’anno una ha fatto la differenza: nel suggestivo scenario del Baglio (Piazza Guglielmo II), le note e le parole dei Dasvidania, gruppo storico del paese, hanno fermato, seppur per poche ore, il brusio indistinto della cittadina in festa, imponendo un silenzio quasi religioso anche ai passanti più distratti. Un suono di parole dolcissime ha rimbalzato sulle possenti mura della cattedrale illuminata: “Ciatu i lu me cori, bedda mia ca mi cunforti, c’u sapi chiddu ca nn’aspetta, ma iu cu ttia mi sentu forti”, la storia di un amore semplice e delicato, unico riparo dalla tempesta del capriccioso Futuro.

Dopo un simile preludio il giorno della festa non delude ed il miracolo si ripete, puntuale come ogni anno. Stranamente non si tratta di un miracolo religioso, ma di una sensazione inspiegabile che sorge anche negli animi di chi, alla religione, ha smesso d’interessarsi da tempo o non è mai stato interessato.

Le coperte ricamate che si affacciano dai balconi, i petali di rose a pioggia sul crocifisso, le invocazioni al patruzzu amurusu, pronunciate all’unisono dai fratelli, la fatica di uomini e ragazzi di bianco vestiti nel portare in processione la vara, i bambini sollevati a baciare il simulacro, il saluto degli stendardi, il cielo notturno squarciato dai fuochi d’artificio muovono anche il più scettico e disilluso degli animi. E tu che non credi ti sorprendi ad applaudire commossa al rientro del crocifisso in Collegiata. Incapace di cogliere la natura di questo tuo sentire, ti rivolgi a tua madre, che questa festa la vive da molti più anni di te. Questa la sua risposta di credente: “Al di là dell’aspetto simbolico della croce, pesante oggetto di un calvario nel quale qualcuno si rivede e in cui ravvisa il massimo della sofferenza possibile, la statua in sé ispira emozioni e sentimenti profondi, che vanno oltre il sentire religioso e la fideistica appartenenza. Ci si commuove fino alle lacrime per quell’immagine così realistica: la testa dolorosamente reclinata, il volto scarno, le costole che si contano, le vene in evidenza. Nel momento in cui il crocifisso ti si avvicina, le parole lasciano il posto ad un dialogo muto, fatto di rispetto, ad un’invocazione che viene dai recessi dell’anima e, anche se molto di ciò che chiedi resterà irrealizzato, senti dentro una sorta di rassicurante consolazione”.

Che la s’intenda come un’occasione per ingozzarsi di dolciumi o come un fatto di fede, la Festa del Crocifisso è per i monrealesi un momento identitario, in cui ogni abitante del paese ritrova le proprie origini. Serbatoio di ricordi d’infanzia ed occasione di rinnovato contatto con la tradizione, il 3 di Maggio è un appuntamento fisso che ogni anno riafferma, per questo popolo, la circolarità di un tempo altrimenti nebuloso e terrificante.

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