Mons. Michele Pennisi riceve l’investitura a Vescovo dell’Arcidiocesi di Monreale

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Araba Fenice desk

Puntuale alle 17,30 Mons. Michele Pennisi ha varcato la soglia del Duomo di Monreale, per ricevere l’investitura ufficiale a vescovo della città.

Presenti il Cardinale Paolo Romeo, il predecessore Mons. Salvatore Di Cristina, i prelati della Diocesi normanna, il Presidente della Regione siciliana e i sindaci dei 25 comuni della Diocesi. Non hanno fatto mancare il loro affetto i fedeli giunti in tanti dalla Diocesi di Piazza Armerina e dalla Diocesi di Caltagirone.

Il vescovo ha accettato l’investitura, all’interno di un tempio gremito di fedeli.

Mons. Pennisi, durante la celebrazione Eucaristica ha ringraziato il Padre per il dono di un nuovo Pastore fatto alla Comunità ecclesiale di Monreale, che oggi celebra il 746° anniversario della dedicazione di questo magnifico Duomo a Santa Maria Nuova. Intrisa di elementi teologici la prima parte dell’omelia, rivolta al Duomo, che “non è un museo ma edificio vivo di cui i cristiani siamo le pietre vive perché Gesù Cristo Risorto è vivo”. Quindi Mons. Pennisi ha parlato del Ministero del Vescovo, quale successore degli Apostoli, che “esercita la potestà che Cristo ha conferito agli apostoli mandandoli nel mondo a predicare il Vangelo”.

I testi della Liturgia della celebrazione di oggi hanno messo in rapporto l’edificio Chiesa con il popolo di Dio che in esso si raduna.

“La bellezza esteriore in questo Tempio – ha spiegato il vescovo – deve avere un chiaro riflesso e un vero riscontro nella bellezza dell’anima di ogni fedele, santificata dalla grazia attraverso il battesimo e gli altri sacramenti, che ci rendono membra del Corpo di Cristo”. E ancora “La realtà più importante di questa chiesa non sono le mura mosaicate ma le persone che riconoscono il Signore Gesù come la pietra angolare e che si riconoscono come “pietre vive” di un edificio spirituale che ha una bellezza di santità che le pietre non possono esprimere. Tutti noi come Corpo Mistico di Cristo, siamo la vera bellezza di questo tempio”.

L’omelia è stata quindi incentrata sui pilastri fondamentali della chiesa primitiva e di ogni comunità ecclesiale, che si esprime nella condivisione dei beni spirituali e materiali.

“Il primo pilastro, che fonda e riforma continuamente la Chiesa, è l’insegnamento degli Apostoli.

Il secondo pilastro è la comunione, che indica la libera condivisione o la messa in comune dei beni materiali, che rende visibile l’unione spirituale dei credenti”. Mons. Pennisi ha ricordato la finalità che deve avere la comunione: “ciascuno abbia ciò di cui ha bisogno per vivere e quelli che sono bisognosi possano contare sulla solidarietà e sulla generosità degli altri”.

Il terzo pilastro è lo spezzare il pane tra i fratelli nell’Eucaristia, nella gioia e nella semplicità di cuore, simbolo della fraternità e testimonianza concreta della comunione eucaristica. “L’eucaristia che è al centro della comunità genera una carità fattiva”.

L’assiduità alle preghiere pubbliche nel tempio e in alcuni momenti significativi della vita della comunità cristiana è il quarto pilastro.

Il vescovo ha spiegato come non dispone di un programma pastorale “prefabbricato”, che verrà invece preparato assieme alla comunità ecclesiale, ma ha scelto un motto programmatico: la frase di San Paolo “charitas Christi urget nos”. “Vi invito a farlo vostro nella vita di ogni giorno”.

La parte centrale dell’omelia è stata rivolta al ruolo delle parrocchie, chiamate ad essere non agenzie di servizi religiosi, ma luogo di manifestazione della comunione dei cristiani nella diversità dei doni spirituali e dei ministeri, nell’unità della missione.

Quindi un richiamo alle varie istituzioni di vita consacrata ed aggregazioni laicali (antiche confraternite, Azione Cattolica, nuovi movimenti ecclesiali), chiamate a dare una testimonianza di comunione nella nostra Chiesa, con una grande apertura missionaria a tutta la Chiesa. “Si tratta – ha dichiarato – di passare da un cristianesimo convenzionale di “atei devoti”, per i quali Dio è un intruso che non entra nella vita quotidiana, ad un cristianesimo maturo fondato su una fede autentica e su una testimonianza evangelica che scaturisce dalla capacità di leggere i segni dei tempi”.

Ancora un passo dell’omelia è stato rivolto alla pratica religiosa.

Le strutture pastorali devono essere adeguate ai nuovi tempi, da una pratica religiosa rinchiusa nelle sagrestie bisogna passare ad una testimonianza cristiana coraggiosa e gioiosa, che sia presente nel mondo della cultura e della costruzione della città degli uomini nella giustizia e nella pace, capace di liberarsi dalla barbarie della mafia con le piaghe cancrenose dell’usura, del pizzo, dell’idolatria, del potere e del denaro.

Infine un ricordo del beato don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia perché fedele al suo ministero di prete, testimone quindi del cammino storico della Chiesa. “La memoria di questo martirio è impegnativa per la Chiesa siciliana tutta. Il suo martirio è venuto a siglare questa stagione di impegno ecclesiale”.

Il vescovo, che non ama essere definito “antimafia“, ha però dettato la linea di comportamento che deve avere un pastore nei confronti dei mafiosi. “L’atteggiamento pastorale verso i mafiosi va accompagnato dall’esigenza di prevenire i fenomeni criminosi e di aiutare i mafiosi a pentirsi, a riparare il male fatto e a diventare persone nuove. Non bisogna abbassare la guardia per contrastare la criminalità mafiosa, ma i cristiani devono trovare motivazioni valide per contrastare questo fenomeno a partire dalla loro originale esperienza di fede e dalla loro appartenenza ecclesiale”.

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