La povertà economica e sociale non risparmia Monreale

Riflessioni di una maestra alle prese con i problemi della gente comune: tra disoccupazione, povertà, rassegnazione e...speranza

Immobiliare Max

Monreale, 2 aprile 2017 – Si dibatte tanto di povertà e miseria, se ne analizzano le cause e si prospettano eventuali soluzioni in conferenze, convegni e tavole rotonde, organizzati ad hoc. Esse diventano, quindi, oggetto di analisi geo-sociali o un baluardo da ostentare per molti Don Chisciotte della politica o ancora argomento di amabile conversazione in tanti salotti radical chic.

Se ne discute con enfasi e precisione, attraverso l’arida efficacia della Statistica: Algoritmi Sociologici perfetti che trasformano la vita e i travagli di tanta gente, in dati inopinabili, in ricchi e ordinati grafici.
Quantità numeriche appositamente predisposte per rappresentare necessità e bisogni: curve di Gauss che diventano sterili interpreti della precarietà di esistenze sofferte, citate dalla politica, a volte solo per mera propaganda, per dipingere con i colori pastello della retorica una complessa e drammatica situazione ormai globale.
Una retorica sempre più ripetitiva e stanca, povera di contenuti, al servizio di cause populiste, volte solo a suscitare quell’indignazione a comando,  così determinante in ogni campagna elettorale.
Senza ricorrere ai numeri e alle statistiche non si può negare il fatto che a Monreale, esattamente come nel resto del mondo, esista una estesa fascia di popolazione che vive in uno stato di indigenza conclamata, con un tenore di vita parecchio al di sotto dei limiti imposti dallo “status” di normalità.
Una povertà a volte evidente, ma spesso sommersa e dolorosa.
Con la scusa della crisi ormai generalizzata e, obiettivamente senza precedenti, si tende a non affrontare realmente il problema, contestualizzandolo entro i corretti limiti autoctoni per analizzarlo con la dovuta oggettività e onestà intellettuale.
Faticose situazioni di iniquità trovano spazio, diventando drammaticamente evidenti, proprio in quel microcosmo rappresentato dalla scuola, ove la commistione tra tutte le realtà sociali, fa stridere quelle meno privilegiate…Ed è proprio la scuola l’ambiente nel quale  io presto il mio quotidiano servizio.
Per svolgere con etica professionale il mio lavoro, infatti, curo una molteplicità di aspetti che interagiscono col successo formativo di ogni singolo alunno, soprattutto se svantaggiato e, per questo motivo, incontro parecchia gente, un numero considerevole di individui  che espone, spesso con pudore, i più svariati problemi legati a sofferenze o ingiustizie quotidiane. Genitori di alunni che, piangendo, ti raccontano le loro storie di miseria, di lotta costante per ottenere un barlume di normale quotidianità per i loro figli…non si tratta di cose straordinarie ma del semplice ordinario, legato a vissuti per noi scontati.
Struggenti esistenze che ruotano attorno all’unica fondamentale realtà, quella della difficoltà di offrire ai propri figli “áncore” per far emergere anche la più sottile delle speranze, finalizzata a una vita migliore rispetto a quella che il destino ha riservato loro.
Incontro spesso, dunque, i volti stanchi di individui anagraficamente giovani, devastati dalla pesantezza di una vita grama e dalla conseguente incuria.
Bocche prive di denti e occhi senza la minima gioia di vivere, cupi come le loro inesistenti prospettive.
Sofferenze fisiche che diventano specchio di quelle emotive, che determinano una precoce usura come se la stanca esistenza cedesse il passo alla vecchiaia.
Questo perché ogni cosa, anche la salute, bene supremo, diventa la conseguenza dello stile di vita che conduciamo, del cibo che mangiamo, della quantità di attività fisica che facciamo, delle prospettive e dei traguardi che ci poniamo e che riusciamo a raggiungere, dell’appartenenza a “segmenti sociali” più o meno fortunati.
La salute, la speranza, l’istruzione, i progetti, il rispetto vero e persino l’amore diventano, quindi, per alcuni, solo un lusso, un pass irraggiungibile per poter ottenere libero accesso allo status di “normale quotidianità”, quando la vita stessa risulta tormentata dalle molteplici, minute preoccupazioni di denaro e dalla lotta costante per la mera sopravvivenza, sempre più misera, sempre meno dignitosa.
Mi fa riflettere una triste verità che si intreccia con la convinzione da parte di alcuni che anche la scuola sia un bene di lusso.
La scuola pubblica, imprescindibile valore aggiunto, non viene considerata necessaria e indispensabile: essa diventa, nell’immaginario della rassegnazione, un mezzo di riscatto, un servizio utile ma inconciliabile con le limitate prospettive di un sopravvivere in uno stato di continua emergenza.
Una precarietà che aiuta a spalmare l’essenza di un’autostima inesistente su tutto ciò che è importante, sui figli in primis e sul  rapporto fatalistico che intraprendono con l’Istituzione Scolastica.
Genitori che, pur non negando alla scuola il merito di essere un’agenzia educativa di sicura utilità, ne evidenziano l’incompatibilità con il loro stile di vita, all’interno del quale essa viene percepita quasi come un accessorio superfluo, da cui si reputano abbastanza distanti, come per una sorta di predestinazione: “iu unni manciava i scola e me figghiu è comu ammia” (io non amavo la scuola e mio figlio è come me)…questa è la frase di rito che riferiscono come un mantra.
Ecco perché suscita rammarico per chi crede nell’inclusione scolastica e sociale l’impotenza paralizzante davanti a certi pezzetti di umanità negata, davanti a quel muro che si intuisce possa diventare sempre più difficile da abbattere.
La mia è solo la riflessione di un’insegnante, di una persona, come tante, che ha scelto consapevolmente di “educare”...una semplice maestra che ama mettersi in gioco insieme ai suoi colleghi, sfidare lo “status quo” di certi retaggi con la forza della condivisione di buone prassi educative, al fine di prevenire l’esclusione degli alunni più disagiati, da un sistema scolastico, che sovente non riesce ad accogliere e a integrare pienamente.
Per tale motivo la mia riflessione non vuole limitarsi a sottolineare con frettolosa banalità, le pur numerose responsabilità politiche riguardo a questi preoccupanti “buchi neri” della società, in quanto esse risultano talmente evidenti, in un excursus di negligenze che ha radici profonde e orizzonti lontani, da non aver bisogno di ulteriori sottolineature.
Le relazioni tra i vari tasselli sociali complessi risultano difficili da dipanare.
La politica dovrebbe agire per supportare l’agio esistenziale dei cittadini, al fine di prevenirne il disagio, baratro assoluto per ogni possibile inclusione.
Al di là, però, di ogni necessario intervento concreto, da parte di una politica che spesso si dimostra superficiale, se non sorda e cieca, diventa prioritario comprendere a fondo la ratio di un problema che non sta solo da una parte, ma che dovrebbe riguardare tutti noi. Ciò che manca è l’intreccio armonico, in un’unica trama di tutti i tasselli sociali, la consapevolezza che non basta solo un supporto economico a chi ne ha bisogno, per tacitare le nostre coscienze: esso è utile, anzi forse necessario, ma non sufficiente. I pezzi che aiuterebbero a comporre la cornice sociale di riferimento sono l’insieme di possibili piccoli interventi inclusivi, in grado di aumentarne lo spessore, attraverso una autentica comunione d’intenti, una proficua condivisione di esperienze, soprattutto tra i più giovani. Ecco perché sarebbero auspicabili piccoli grandi atti quotidiani di solidarietà. Essi non sono altro che semplici, significativi gesti: sono gli inviti alle feste, sono l’aiuto logistico offerto a chi non ha i mezzi per recarsi a scuola, sono pomeriggi trascorsi a condividere i compiti e magari una merenda che non sia il solito pezzo di rosticceria, sono strette di mano, sono l’italiano e il dialetto che dialogano insieme…codici empatici, solidali e opposti a quelli dettati dall’aggressività generata dalla rabbia di chi manifesta bisogni impellenti e dal fastidio di chi, non comprendendoli veramente, non riesce a interpretarli.
Sarebbe utile offrire sorrisi, gentilezza, comprensione oltre che supporto concreto ma sopratutto sarebbe formativo per tutti provare a dialogare, a condividere il sogno di una società più equa e giusta…perché la povertà di mezzi e di strumenti delegittima spesso la dignità degli individui, soprattutto dei più piccoli, dei più indifesi, li rende amorfi, apatici, rassegnati … e questo dobbiamo evitarlo, con ogni legittima arma a nostra disposizione.

 

(Fotografie di Letizia Battaglia)

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