Omicidio Fragalà, svolta nelle indagini. Arrestate 6 persone: “Doveva parlare di meno” VIDEO

Decisiva la testimonianza del collaboratore Francesco Chiarelli. nelle intercettazioni i mafiosi definiscono l'avvocato "un curnutu e sbirro"

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Palermo, 15 marzo 2017 – I carabinieri del Nucleo Investigativo di Palermo hanno arrestato 6 persone in seguito alla riapertura delle indagini sull’omicidio Fragalà, coordinate dalla Procura distrettuale di Palermo. L’operazione avviene in seguito a nuove intercettazioni e prove che inchioderebbero che sei persone arrestate.

Antonino-Abbate

Nei mesi di luglio 2013 e gennaio 2014, all’interno del carcere di Parma, venivano intercettati due distinti colloqui tra l’allora reggente del mandamento di Porta Nuova, Giuseppe Di Giacomo, e il fratello ergastolano Giovanni Di Giacomo. Dalle conversazioni gli inquirenti hanno ben capito che i due mafiosi fossero a conoscenza che gli autori dell’omicidio dell’Avvocato Fragalà erano affiliati al mandamento mafioso di Palermo Porta Nuova e, in particolare, alla famiglia mafiosa di Borgo Vecchio.

Omicidio Fagalà, svolta nelle indagini… di filodirettomonreale
Nell’aprile 2015 Francesco Chiarello, affiliato alla famiglia mafiosa di Borgo Vecchio, manifestava la volontà di collaborare con la Giustizia. Durante il primo interrogatorio, il neo collaboratore dichiarava di essere a conoscenza delle modalità esecutive dell’omicidio dell’avvocato Fragalà confermando che gli autori dell’agguato erano stati Arcuri, Abbate, Siracusa e Ingrassia. In aggiunta, specificava che all’esecuzione del delitto avevano partecipato due ulteriori soggetti mai emersi nella precedente attività di indagine: Cocco Paolo, genero di Ingrassia, e Castronovo Francesco.

Francesco Arcuri avrebbe pianificato la spedizione punitiva, senza tuttavia parteciparvi di persona, Antonino Abbate fu partecipante sia alla fase organizzativa sia alla fase esecutiva dell’aggressione e, nell’ambito di quest’ultima, con funzioni di individuazione della vittima e di copertura degli aggressori.   Salvatore Ingrassia e Antonino Siracusa emergevano come partecipanti sia alla fase organizzativa sia alla fase esecutiva dell’aggressione e, nell’ambito di quest’ultima, con funzioni di copertura degli aggressori.

Paolo Coco emergeva come partecipante alla fase esecutiva e, in specie, come colui che trasportava sul luogo del delitto la mazza utilizzata per l’esecuzione, dando ausilio a Francesco Castronovonell’aggressione. Quest’ultimo emergeva come partecipante alla fase esecutiva e, in specie, come esecutore materiale dell’aggressione, unitamente a Paolo Cocco;

Le accuse di Chiarello nei confronti degli indagati risultavano assistite da molteplici e significativi riscontri di varia natura. Infatti, lo sviluppo delle attività investigative ha consentito di acquisire indiscutibili fonti di prova in ordine alle responsabilità dell’omicidio Fragalà. In particolare:

Cocco Paolo è stato intercettato mentre confessava alla moglie di aver partecipato anch’egli all’omicidio e dopo aver trovato una microspia installata all’interno della sua abitazione, rassicurava Tantillo Domenico, in quel momento rappresentante della famiglia mafiosa di Borgo Vecchio, di non aver mai parlato in casa sua di un omicidio in cui erano coinvolti sia lui che il suocero Ingrassia.

Castronovo è stato intercettato mentre, parlando dell’omicidio, riferiva alla cugina che fino a quel momento se l’era “scansata”.

Le indagini facevano emergere, con profili di stringente contemporaneità rispetto all’aggressione, una linea professionale intrapresa con convinzione dal penalista in relazione alla quale i suoi assistiti, soprattutto quelli coinvolti in procedimenti di mafia, erano indirizzati ad assumere un atteggiamento di sostanziale apertura verso la magistratura. Pertanto in ordine al delitto rilevava la finalità di agevolare l’organizzazione mafiosa cosa nostra, sia nello specifico, nell’ottica di piegare la condotta professionale dell’avvocato Fragalà a maggior rispetto nei confronti dell’organizzazione mafiosa e dei suoi esponenti, sia in generale, per l’implicito messaggio intimidatorio nei confronti dell’intera Avvocatura palermitana.

Lo stesso Francesco Chiarello dichiarava che l’ordine di aggredire Fragalà era stato impartito perchè “… chistu era ‘un curnutu e sbirru” e “doveva parlare più poco” “non ci toccate se, né soldi e se ha oggetti, perché lui deve capire che non è una rapina, deve capire che deve parlare poco”.

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