“La via dell’Educare”, seminario sull’educazione a Santa Teresa

I genitori finiscono col perdere il loro ruolo educativo scivolando in un rapporto simmetrico, da “buoni amici”

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Araba Fenice desk

Monreale, 9 marzo 2017 – Educare dal latino “educere”, traduce l’arte della levatrice: il “tirar fuori”, ossia il chiamare alla vita. In questo articolo sintetizzo l’intervento condiviso questa settimana con la Comunità di S. Teresa, a Monreale, dal titolo “La via dell’Educare”.

Il significato etimologico della parola “educare” ci rimanda ad una prospettiva relazionale in cui viene favorita la formazione e l’espressione della persona. Il venire alla vita, infatti, presuppone la custodia e cioè la graduale formazione così come una pianticella che prima deve germogliare e fortificarsi nella sua propensione alla luce e nel radicarsi in profondità, e poi arrivare a fruttificare. La crescita in superficie senza radici profonde rischierebbe la caduta di fronte alle prime intemperie, così come le radici senza allungamento del fusto priverebbero la pianta dei frutti.

Tale responsabilità oggi pare sottovalutata, probabilmente perché l’agire educativo presuppone l’esplicitazione delle finalità e dei valori che stanno alla base. Il cortocircuito educativo proprio dei nostri giorni è, in buona parte, da ricondursi ai nuovi paradigmi culturali che hanno messo in discussione il senso della relazione e dell’apporto vitale che ne deriva. Essi si basano su indici performativi quali il piacere, la produttività, il successo, il nutrimento ego-centrato.

L’individuo viene ad essere schiacciato sul piano del bisogno, sacrificato al “tutto e subito” o all’”usa e getta” e, pertanto, reso dipendente dal mercato dei consumi fino ad essere utilizzato a seconda delle promozioni di turno!

L’essere umano, immerso in tale contesto, non riesce più a trovare il limite che lo distanzia dalle cose e dall’altro, di conseguenza è reso incapace di dare significati alle esperienze e alle conoscenze che fa. Il conoscere viene posto sul piano del piacere o dell’emozione di un momento, mentre il desiderio è spento così come il senso dell’attesa o del legame.

È quel che accade fin dai primi anni quando il cucciolo d’uomo viene subissato di giocattoli o attenzioni. Ciò sembrerebbe il riflesso dell’incapacità del mondo adulto a reggere il pianto e la frustrazione per il malcontento altrui. I genitori finiscono, così, col perdere il loro ruolo educativo scivolando in un rapporto simmetrico, da “buoni amici”, per averne gratificazione e sentirsi “a posto” nei confronti dei figli.

In tale scenario non c’è educazione al desiderio, alla bellezza, allo stupore. Piuttosto l’agire educativo viene subordinato alla spinta-minaccia del fallimento performativo, cioè al timore di non apparire perfetti o capaci di reggere la competizione con l’altro. L’atto educativo viene pensato, allora, come programmazione e l’educando come un mero contenitore passivo da riempire. Viene confuso, così, il ‘tirar fuori’ con il ‘rinchiudere dentro’.

Questa modalità rispecchia gli stili di vita, l’organizzazione degli spazi e delle giornate. La tecnica assunta quale nuovo artefice di cultura ha mutato i paradigmi e le categorie per leggere la realtà. È così che l’uomo ha cambiato la percezione di sé nel tempo e nello spazio, grazie ai veloci mezzi di trasporto e agli strumenti di comunicazione che, contemporaneamente, possono connettere con miriadi luoghi nel mondo. Vengono ridefiniti i valori ed i significati, ad esempio l’indice dell’amicizia è il risultato dei like riportati su un social e la comunicazione viene mediata dai smartphone personali pur trovandosi, quanti comunicano, a pochi metri di distanza.

Assistiamo, inoltre, ad un’organizzazione degli spazi pensata secondo questo modello a-relazionale in cui le nuove abitazioni sono progettate quali dormitori ove stare solo di notte per poi spostarsi nei centri commerciali, nuove cattedrali di consumo in cui trascorrere la vita diurna e festiva. Le case vengono arredate in modo da avere al centro di ogni singolo ambiente, che sia la cucina, il soggiorno o le camere da letto, un monitor da cui attingere “cultura”  e cioè il modo di pensare e stare nelle cose della vita, quindi, consegnati al grande occhio dell’ “opinione pubblica”.

Anche il contesto lavorativo sotto la spinta della competizione viene a generare sempre più individui solitari. Si pensi a come la turnazione, in funzione delle vendite continue, sia venuta ad impedire tempi di incontro ricreativo tra i membri della stessa famiglia. L’individuo, sempre più isolato dai legami affettivi e dagli spazi naturali di recupero  e di nutrimento emotivo, si indebolisce diminuendo la sua capacità volitiva ed assertiva.

In tal modo la popolazione, passivizzata, è maggiormente manipolabile ed inibita nel cercare il gusto delle cose. Insieme al desiderio viene estinto lo stupore e la visione della vita secondo una direzione di senso, un fine che esprime l’orizzonte del cammino. Il valore personale e la realizzazione di sé, all’interno di questo sistema, sempre più viene consegnato allo sguardo critico dell’altro.

La veloce disamina fin qui esposta ci mostra quanti ostacoli possa trovare l’agire educativo e, ancora, come venga minacciata la coscienza dell’essere umano. So che parlando di “coscienza” risulterò impopolare, eppure ritengo che il punto debole nella nostra società stia proprio in questo misconoscimento: l’avere negato la cittadinanza alla coscienza dell’uomo equivale ad averlo lasciato in balia della proposta di turno che, ci rendiamo ben conto, ha alle spalle una precisa strategia di potere socio-economico.

Nel linguaggio comune utilizziamo spesso espressioni del tipo “è incosciente” o “ha perso coscienza” attribuendo loro il significato della perdita di autonomia o di responsabilità, l’incapacità a stare in relazione. Si impone, a questo punto, un interrogativo: È possibile educare senza formare le coscienze?

Senza coscienza l’individuo non è capace di percepirsi vivo di fronte alla realtà che gli si oppone, non è capace di discernere i propri ed altrui comportamenti, perde il desiderio e, di conseguenza, la capacità di conoscere. L’agire educativo è in primo luogo un favorire l’espressione del desiderio e questo scaturisce dalla relazione con l’altro, dall’incontro in cui c’è reciprocità e non dominio dell’ego.

Per affrontare questo passaggio è necessario abbandonare il pregiudizio che guarda la coscienza quale occhio giudicante che induce a sensi di colpa. Ciò significherebbe imbrigliarsi sotto il giogo della  paura e del nascondimento volto a difendere la propria grandezza.

Distinguo, inoltre, la coscienza dalla consapevolezza. Oggi si fa un gran parlare di “consapevolezza”, magari frutto di pratiche meditative e di tecniche di rilassamento, ma questa non garantisce la dimensione relazionale rischiando, così, di assolutizzare l’individualismo.

La persona è complessità e mistero, mai conoscibile in modo esaustivo, e la coscienza apre a questa percezione di sé, delle cose e di Dio, in cui lo sguardo si amplia cogliendo la realtà nella sua interezza ed andando aldilà dell’evidente. Danilo Dolci, grande pensatore che spese parecchi anni nel nostro territorio, concludeva una sua poesia con la mirabile espressione: “ciascuno cresce solo se sognato”.

Tale competenza è richiesta all’educatore, chiamato a stare nelle questioni della vita mantenendo viva la passione del desiderio, l’apertura a vie inedite, la ricerca dell’unicità di vita che appartiene ad ogni creatura.

La coscienza si forma nel mentre del cammino, non è opera dottrinale, ma il frutto di un percorso in cui si entra, con interesse, in rapporto con le cose e la loro vita nascosta.

Non si tratta di una presunta conoscenza, oggi ridotta al nozionismo e all’astrazione, piuttosto è lo sguardo attento ed interessato, connotato da misericordia e tenerezza. Nel tempo delle etichette diagnostiche in cui si pretende di inquadrare e ben definire ogni cosa, per poi fornire ricette e soluzioni, la coscienza apre alla sosta nelle relazioni, a non dare nulla per scontato e a ripartire dall’ascolto.

Misericordia e tenerezza declinano questo processo: la prima esprime l’accoglienza per custodire e, successivamente, restituire alla vita dopo avere rigenerato; la tenerezza, invece, mostra quel di più che dice l’interesse, l’andare verso l’altro rimanendo attenti alla sua presenza.

La coscienza, inoltre, orienta verso la meta e, in questo modo, verifica la condizione attuale.  Non si tratta di esaminare la propria fragilità per piangersi addosso ma di prendersene cura per rimettersi in cammino.

La via dell’educare, in sintesi, favorisce la resistenza al male e apre all’armonia del bene.

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