Monreale, Casa della Cultura. Il riscatto delle detenute del Pagliarelli parte dalle pupe di pezza

La mostra organizzata dall'associazione "Un giorno nuovo" in Casa della Cultura è visitabile fino al 3 marzo

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Monreale 25 febbraio – L’importante è iniziare. Se esiste una frase che più si avvicina alla storia delle detenute del Pagliarelli penso sia proprio questa. Sì perché le donne coinvolte dall’associazione “Un nuovo giorno”, si sono messe in gioco creando delle bambole di pezza. E adesso? In mostra in Casa della Cultura, oltre le “pupe”, è possibile trovare accessori per donna, ma anche per la casa. Anche questo evento rientra tra le iniziative ideate e curate dall’assessore Nadia Olga Granà. La mostra dall’associazione “Un giorno nuovo”  in Casa della Cultura è visitabile fino al 3 marzo.

Ieri, nella biblioteca istituita nei locali dell’ex ospedale Santa Caterina, mentre alle spalle scorrevano le immagini delle donne creatrici degli oggetti, ospiti e curiosi hanno conosciuto i manufatti realizzati. Ogni pupa rappresenta una donna detenuta, la sua storia, la sua sofferenza, con un significativo messaggio ma anche la voglia di riscattarsi e di cambiare. Le bambole raccontano la storia delle detenute. Selezionate in base alla motivazione, alle capacità di apprendimento e, non ultime, alle abilità manuali, infatti, le donne del Pagliarelli hanno intrapreso con la fabbricazione delle “pupe” un impegnativo percorso verso la consapevolezza di sé, delle proprie risorse e del ruolo che spetta loro una volta tornate in società.

“Sono piene di voglia di fare – raccontano Giuseppina Genzone e Caterina Cottone – siamo orgogliose di poter portare avanti questo progetto, la solidarietà è una bella cosa. L’obiettivo è quello dell’insegnamento di un mestiere, in questo caso la produzione di bellissime bambole, ma anche quello di restituire speranza alle donne del Pagliarelli”.

Assessore Granà: “Quando una donne finisce in carcere, fuori ci sono sempre figli, una madre, un padre e a volte anche un marito che contavano su di lei e che restano ‘abbandonati’ e senza sostegni. E così la detenuta oltre al peso della carcerazione, si sente colpevole di averli lasciati soli. In Italia le donne in carcere sono pochissime. Le loro storie spesso sono poco conosciute. L’avere accolto con entusiasmo la lodevole iniziativa, promossa dall’associazione Onlus ‘Un nuovo giorno’, per me è un modo per porre l’attenzione sulla detenzione femminile. Sulle vite in qualche modo spezzate, interrotte di queste donne che attraverso l’impegno materiale continuano a mantenere un legame con la vita e la società fuori dal carcere”.

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