Gaspare Romano, si chiude una vicenda giudiziaria lunga 10 anni

Il Tribunale delle misure di prevenzione restituisce i beni e le somme sequestrate all'imprenditore monrealese

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Monreale, 6 febbraio 2017 – Dopo 10 lunghissimi anni si è conclusa la vicenda giudiziaria che ha coinvolto Gaspare Romano.

Nel settembre 2016, con la motivazione che la notizia di reato è infondata, il Giudice per le indagini preliminari, dott. Walter Turturici, ha archiviato il procedimento giudiziario a suo carico. Un procedimento giudiziario durato troppi anni, che ha messo in ginocchio la famiglia e l’attività lavorativa di Romano, avviato dal Tribunale di Palermo, Sezione misure di prevenzione, in quegli anni guidato da Silvana Saguto, poi rimossa dall’incarico. 10 anni durante i quali il patrimonio finanziario e immobiliare di Romano è stato posto sotto sequestro e l’impresa ad amministrazione giudiziaria.

Il procedimento penale, cominciato nel 2006, si concluderà solo nel 2016, senza che si arriverà mai al dibattimento in aula né al rinvio a giudizio. In seguito al passaggio della guida della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo dalla dott. Saguto al dott. Giacomo Montalbano, il procedimento subirà una accelerazione per essere poi archiviato.

Nei giorni scorsi l’Amministratore Giudiziario, che in questi anni ha gestito i beni e l’azienda del sig. Romano, ha depositato in Tribunale il Conto della sua Gestione, avverso il quale il sig. Romano ha presentato, per mezzo del suo legale e del suo perito di parte, una serie di contestazioni ed osservazioni che adesso dovranno essere esaminate dal Tribunale nell’udienza che, fissata lo scorso 10 gennaio, è stata rinviata per indisponibilità a presenziare da parte dello stesso Amministratore Giudiziario.

La vicenda giudiziaria di Gaspare Romano comincia negli anni novanta, in seguito all’operazione Perseo. Anni in cui Romano, rappresentante di generi alimentari, era riuscito a costruire un’impresa che generava fatturati per un miliardo di lire. Una rapida crescita legata agli intimi rapporti con Paolo Sgroi, presidente dei supermercati Sisa in Sicilia, che gli avevano aperto le porte di un mercato vastissimo dove collocare i prodotti delle aziende da lui rappresentate. La società, con sede a Monreale, macinava utili. Una decina i collaboratori. Nel Nord Italia Gaspare Romano era conosciuto e conteso dalle più grandi aziende produttrici di salumi e formaggi, alle quali garantiva ordinativi importanti.

La lunga ascesa imprenditoriale venne bruscamente interrotta nel 1995, quando Romano passa sotto la lente di ingrandimento della magistratura. Per lui si aprono le porte del carcere. Viene accusato di avere stretto rapporti con famiglie mafiose e di avere ospitato per un lungo periodo di tempo il latitante Giovanni Brusca nella propria abitazione di Via Regione Siciliana a Monreale. Al termine del processo, in data 8 aprile 1997, verrà condannato alla pena di 3 anni di reclusione per associazione mafiosa. Romano espierà ancora un anno della sua pena dichiarando sempre di avere subito un torto e di non avere mai avuto rapporti interni a Cosa Nostra. Pur riconoscendo di avere coperto la latitanza di un grosso esponente di Cosa Nostra, sosterrà sempre la sua estraneità alla logica mafiosa e di essere rimasto incastrato da una situazione dalla quale sarebbe stato impossibile uscire: “O accettare quella richiesta o morire”. Romano si sottopose al rito abbreviato, ed ammise di avere ospitato un latitante, “ma non per mia volontà”. Verrà condannato al 416 bis.

Nel 1998 l’imprenditore monrealese esce dal carcere. Riprende a condurre la sua attività di rappresentante di commercio di generi alimentari, che durante gli anni della reclusione era stata portata avanti dal fratello. La sua società riprende a fare utili, fino a quando, diversi anni dopo, i problemi con la giustizia ricominciano

E’ il 20 ottobre 2006. All’aerostazione Falcone-Borsellino di Palermo, nel corso dei controlli ai passeggeri in arrivo, gli viene sequestrata una carpetta contenente la somma di € 167.359 di cui 107.950 in contanti e 59.409 in assegni. L’ipotesi di reato avanzata dagli inquirenti è di estorsione in danno di ditte che rappresentava, fornitrici di prodotti alimentari.

Viene avviato un procedimento penale lungo dieci anni. Si concluderà solo nel 2016, senza che si arriverà mai al dibattimento in aula né al rinvio a giudizio.

Durante tutti questi anni la società di Romano, sequestrata, è sottoposta ad amministrazione giudiziaria. Da lì a pochi anni perderà tutte le commissioni per revoca dei mandati.

Intanto, ad ottobre 2007, in seguito al furto delle grondaie in rame dal suo palazzo di via Regione Siciliana da poco costruito, Romano ricorre ad Antonio Badagliacca, reggente della famiglia di Monreale, per recuperarle. Ancora, in un’intercettazione del 19 agosto 2010, i Carabinieri del nucleo investigativo del gruppo di Monreale rilevano una conversazione tra Giovanni Brusca e il cognato Gioacchino Cristiano, nella quale fanno riferimento ad un certo Gaspare che, secondo gli inquirenti, va identificato nel Romano. Nel 2011 il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo propone l’applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno nel comune di residenza, oltre al sequestro dei beni in funzione della successiva confisca.

Sulla base della perizia predisposta dal tecnico nominato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, era emersa infatti una consistente sperequazione tra la situazione reddituale e finanziaria del nucleo familiare del sig. Romano Gaspare, e il valore del patrimonio da questi accumulato nel tempo e quantificato in oltre 5 milioni di euro; di conseguenza la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale, allora guidata dalla dott.ssa Silvana Saguto, aveva disposto il sequestro dei beni e dell’azienda finalizzato alla successiva confisca.

In controdeduzione alla perizia della Procura, il sig. Romano, attraverso i suoi legali e i suoi periti di parte, dimostrava immediatamente che il valore del proprio patrimonio era invece assolutamente congruo con la sua capacità reddituale e finanziaria e che le valutazioni effettuate dal perito della Procura, sulla base delle quali era stato disposto il sequestro, erano palesemente erronee ed infondate. Il Tribunale Giudicante, di fronte a due perizie totalmente confliggenti nei risultati (quella della Procura che indicava uno squilibrio patrimonio – reddito di oltre 2 milioni di euro e quella dei tecnici di parte che invece dimostravano un assoluto equilibrio, anzi addirittura un surplus di oltre duecento mila euro) decideva di nominare un proprio tecnico cui affidare la ricostruzione della situazione reddituale e patrimoniale del sig. Romano Gaspare.

Il tecnico nominato dal Tribunale impiega quasi 4 anni per completare il proprio lavoro, chiedendo ed ottenendo rinvii su rinvii, mentre il patrimonio e l’azienda del sig. Romano  continuavano ad essere gestiti dall’amministratore giudiziario.

A fine 2015 scoppia il “Caso Saguto”, e a novembre il Presidente della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo viene sospesa dall’incarico. Viene sostituita dal dott. Giacomo Montalbano. Passano pochi mesi e il Tribunale, il 21 gennaio 2016, pone in decisione la richiesta di applicazione delle misure di prevenzione della sorveglianza speciale di P.S. e della confisca, sulla base della perizia “finalmente” depositata dal Perito del Tribunale e delle osservazioni e controdeduzioni che contro questa sono state formulate dal consulente di parte del sig. Romano.

Solo pochi mesi dopo arriverà a conclusione questo lunghissimo provvedimento giudiziario.

Il 3 maggio 2016 viene pubblicato il decreto di dissequestro e il rigetto delle proposte formulate dalla Procura. Di conseguenza, i magistrati dispongono la restituzione sia degli immobili sequestrati intestati a Gaspare Romano che della G.R. rappresentanze intestata alla moglie Claudia De Zanet. Vengono anche dissequestrati i loro rapporti bancari e restituita la somma di € 164.409,22 sequestrata nel 2006.

Nelle motivazioni del Tribunale si legge che, nonostante la condanna del 1997 al 416 bis e la condivisione di logiche mafiose manifestate nel 2007 (in occasione del furto, ndr), ad oggi vi è “l’insussistenza di una concreta ed attuale pericolosità sociale del Romano, tanto più in assenza di ulteriori e significative manifestazioni criminose da parte sua (…), e l’insussistenza di fattori sperequativi nel complesso del suo patrimonio (…) sicché la richiesta di applicazione delle misure di prevenzione personale e patrimoniale non può essere accolta”.

In pratica il Tribunale ha riconosciuto che, per Romano, non esistono i presupposti per applicare le misure di prevenzione patrimoniali, ossia la pericolosità sociale, la sproporzione del patrimonio rispetto al reddito dichiarato o all’attività economica svolta, ovvero la sua provenienza illecita.

A settembre 2016 il GIP, dott. Walter Turturici, ha emesso l’ordinanza di archiviazione su proposta dello stesso Pubblico Ministero con la motivazione che la notizia di reato è infondata. Nel corso delle indagini preliminari non sarebbero stati acquisiti elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio. Assieme all’archiviazione del procedimento il GIP ha disposto il dissequestro e la restituzione dei beni e delle somme sequestrate.

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