Avanti tutta Renzi

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Così come Fini, dopo il famoso congresso di Fiuggi del gennaio 1995, riuscì a trasformare il MSI in AN e a sdoganare Alleanza Nazionale trasformandola in un partito di destra democratica, di destra di governo, allo stesso modo, oggi, Renzi sta finalmente sdoganando il Partito Democratico, trasformandolo in un partito di iniziativa, di governo, in un partito vicino alla tradizione socialdemocratica europea.

Lo sta sdoganando eliminando gradualmente, rottamando molte incrostazioni del passato, di provenienza dal primitivo PCI. E’ ora di rottamare la frangia più vecchia del PD, che ha sempre flirtato con la CGIL, poiché ha fatto ormai il suo tempo e non è più in grado di intercettare i bisogni reali del Paese e di proporre rimedi idonei e attuali. E dire che nei meandri del regolamento interno del PD è previsto che un parlamentare venga eletto per non oltre tre legislature. Evidentemente la regola è valsa per i più deboli, ma non per i “consoli romani”, che da circa quarant’anni sono metodicamente presenti sulla scena politica italiana.

Nell’ambito di una revisione dell’attuale legge elettorale sarebbe da inserire il limite massimo di tre mandati parlamentari per chiunque.

Renzi ha fatto bene a riunire nella sua persona la carica di Presidente del Consiglio e quella di Segretario politico del PD: altrimenti, l’estenuante mediazione del PD lo avrebbe indebolito, logorato fino alla fine. Renzi si ritrova a gestire un potere che nessun leader della Prima e della Seconda Repubblica ha mai immaginato. Se mi è consentito un paragone, è dai lontani anni 60, dai tempi del mitico Amintore Fanfani, che non si vedeva un Presidente-Segretario, che decide con autorevolezza, con tempestività. L’impronta “democristiana” data dal Presidente-Segretario Renzi inizia a farsi sentire.

Lo scontro politico vissuto nei giorni scorsi al Senato sulla modifica dell’articolo 18 è destinato ad ampliare l’evidente frattura tra il nuovo Partito Democratico di Renzi che avanza e quello legato alla vecchia ditta degli ex PCI. Renzi è portatore di una certa “americanizzazione” della politica italiana, che cozza con la struttura antica, arcaica del vecchio PD. Renzi e il nuovo PD dovranno liberarsi dai vincoli, dai condizionamenti laceranti della vecchia sinistra, per creare finalmente quel nuovo partito di sinistra, di governo, europeo. I vecchi leader del PD (D’Alema, Bersani, Finocchiaro, Bindi,…) è ora che vadano in pensione. Renzi aspira alla costruzione di un partito all’americana, non strutturato, con pochi tesserati ma molti simpatizzanti. Alla base del partito stanno gli elettori e non le tessere. Tesseramento, congressi, sezioni di partito, giornali di partito oggi sono anacronistici. Renzi pensa ad un Partito contenitore di idee, di progetti, in cui possono convivere persone anche distanti ideologicamente. Il PD di Renzi dovrà essere aperto a culture diverse, a movimenti, associazioni; nulla di scandalizzante se al suo interno si troveranno a dibattere “correnti di pensiero” diverse. Il dibattito, il confronto aiuta a crescere.

Il nuovo PD di Renzi dovrà anche interrompere il legame spesso condizionante con i sindacati e soprattutto con la CGIL. Il sindacato ed in particolar modo la CGIL ha pensato e continua a pensare a difendere solo battaglie ideologiche e non ad affrontare con pragmatismo i problemi reali del Paese. Il Sindacato, oggi, appare come un cavaliere della conservazione. Queste forme di consociativismo sono ormai obsolete. Il governo è nominato per assumere decisioni; giusto consultarsi una sola volta, ma non due, con le organizzazioni sindacali; ma alla fine la decisione spetta nella sua autonomia e autorevolezza al Governo. Il Governo ascolta, ma subito dopo decide: è finita la fase storica paralizzante della “concertazione”. La minoranza del PD, costituita da dalemiani, bersaniani, civatiani, cuperliani, sono in lotta fra loro per assumere la leadership della sinistra del partito, che mira a mantenere l’asse privilegiato con la CGIL. Tutto questo, oggi, è preistoria. Questa sparuta minoranza di “dinosauri preistorici” dovrebbe avere il buon senso di non ostacolare il nuovo corso del PD, di ritirarsi a vita privata o, in alternativa, di separarsi lealmente per proseguire il suo diverso percorso. Renzi e la sinistra del PD sono ormai lontani quanto lo erano Prodi e Bertinotti: Renzi non può ripetere l’esperienza logorante di quegli anni. Ma c’è una differenza: Prodi era logorato dalle mediazioni, Renzi oggi può farne numericamente a meno.

Renzi, oltre che a rottamare le vecchie logiche imperanti all’interno del PD e della CGIL, sta tentando di esportare questa battaglia nell’Europarlamento. L’Italia per circa 4 anni, vivendo un notevole vuoto politico, una notevole caduta di credibilità della rappresentanza politica, è stata commissariata da Bruxelles e  il testimone è passato dalla Politica orfana ai tecnocrati voluti da Bruxelles. Infatti, il Presidente della Repubblica Napolitano, in quei difficili frangenti, ha nominato prima Monti e dopo Letta, con il compito principale di eseguire ciò che era stato deciso a Bruxelles e che si diceva era necessario per risanare la Nostra economia e il Nostro bilancio. Oggi, Renzi tenta con forza di invertire rotta, scalcia nei confronti di Bruxelles e della Germania per riappropriarsi con ogni mezzo della guida economica del Nostro Paese.

Credo che Renzi si trovi a giocare una scommessa fondamentale per la Nostra Italia e, pertanto, sarà necessario l’appoggio incondizionato da parte degli Italiani buoni, pensanti, onesti, liberi da condizionamenti, integerrimi. Nei prossimi mesi si deciderà il futuro del Nostro Paese e, cosa ancora più determinante, delle future generazioni.

MIRTO GIROLAMO

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