Mafia di provincia tra appalti, estorsioni e… Chiesa?

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Dopo due anni di intercettazioni e pedinamenti, il lavoro della DDA di Palermo, dei magistrati (Agueci, Demontis e Malagoli) e dei Carabinieri della Compagnia di Corleone e del Gruppo di Monreale, ha dato i suoi frutti. Stamane, infatti, sono state arrestate 5 persone, indagate oltre che per associazione mafiosa anche – a vario titolo – per estorsione, danneggiamento, turbata libertà degli incanti e furto, reati aggravati dall’essere stati commessi con metodo mafioso.

 

IL SUPERVISORE DI TOTO’ RIINA
La figura più rilevante di questa vicenda è Antonino DI MARCO, nuovo “supervisore” della famiglia di Palazzo Adriano e appartenente alla famiglia mafiosa di Corleone. 
Di Marco (fratello dell’ex autista di Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina), per via dell’approfondita conoscenza delle dinamiche di Cosa Nostra e dei suoi personaggi più influenti (tra cui Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca), ma soprattutto grazie al suo grande carisma e alla capacità di gestire gli affari illeciti, rappresentava un punto di riferimento per le due famiglie mafiose di provincia. Capace di intervenire anche personalmente ogni qual volta fosse necessario risolvere contrasti interni, dirimere dissidi privati e condurre attività estorsive, esso si presentava come un anonimo dipendente comunale (custode del campo sportivo), sempre attento a mantenere un atteggiamento di basso profilo e a frequentare raramente personaggi d’interesse operativo in pubblico.

 

UNA FOTOGRAFIA DELLA MAFIA DI PROVINCIA
Come già illustrato in qualche articolo precedente a proposito della realtà monrealese (Articolo1 e Articolo 2) e come confermato dalle indagini, la mafia di provincia è tutt’ora ancorata alle vecchie regole formali e gerarchiche di cosa nostra.
Ciò viene confermato anche dal comportamento dello stesso Di Marco, sempre pronto a impartire lezioni di deontologia mafiosa.

L’attività criminale era ed è tutt’ora incentrata su un’economia pastorale ed agricola, i cui maggiori valori rimangono la terra e il “rispetto” della comunità ove si opera. Il principale mezzo di sostentamento dell’organizzazione è rappresentato dal provento delle estorsioni, ma soprattutto degli appalti pubblici: si aggrediscono prevalentemente i flussi pubblici di denaro, limitando l’intervento sulle attività economiche di privati.
Capita, però, anche di imbattersi nell’imprenditore che ricerca protezione presso la locale famiglia mafiosa per avviare un’attività commerciale al di fuori di quel comune, contando sui buoni uffici degli affiliati nei confronti della famiglia mafiosa competente per territorio; oppure nell’imprenditore che, nel cercare di “mettersi a posto”, manifesta tutta la sua convinzione nell’adesione intima alle regole dell’associazione.

Nello specifico, i casi di estorsione ricostruiti con queste indagini sono stati ben sei, mentre le tentate estorsioni sono state due. Alle ditte in questione, impegnate prevalentemente nella costruzione e rifacimento di tratti stradali nel comune di Palazzo Adriano, veniva mantenuto un canone del 3% dell’importo complessivo del lavoro da eseguire, che poteva ridursi fino all’1% nel caso in cui la vittima si trovasse in difficoltà economica. Tutto ciò quasi per dimostrare una particolare benevolenza dell’associazione mafiosa nei suoi confronti. 
In altri casi, gli associati, oltre a richiedere il pagamento della somma di denaro, imponevano agli imprenditori anche l’utilizzo di manodopera e l’acquisto di materie prime presso imprenditori da loro indicati. 
Tutto ciò avveniva attraverso il classico metodo intimidatorio della bottiglia incendiaria oppure attraverso furti e danneggiamenti all’interno dei cantieri proprio nell’immediatezza dell’inizio dei lavori.

Queste attività sono ancora la dimostrazione della presenza e della potenza di Cosa Nostra. Secondo gli inquirenti, infatti, anche se sembrano momentaneamente fuori gioco, non è da escludere che Totò Riina e la sua famiglia continuino a controllare il proprio territorio attraverso messaggi più o meno palesi inviati dal carcere.

LA MAFIA CORLEONESE E LA CURIA DI MONREALE
Potrà sembrare strano ma la mafia potrebbe rappresentare anche un’organizzazione che premia il merito dei propri affiliati. Secondo La Repubblica, infatti, il clan di Corleone avrebbe gestito alcuni terreni della Curia di Monreale (in contrada Tagliavia), che sarebbero stati addirittura concessi, come ricompensa per i servizi resi, ai Di Marco direttamente dal capo dei capi. Tempestiva però la replica da parte del Vicario generale monrealese, Mons. Antonino Dolce, che smentisce la notizia (“Di Marco non è mai stato un dipendente della Curia”) e minaccia di querelare il giornale in caso di mancanza di ravvedimenti.

 

 

 

ELENCO PERSONE FERMATE

 DI MARCO ANTONINO, NATO A CORLEONE (PA) IL 29.09.1956, IVI RESIDENTE A CORLEONE (PA), DIPENDENTE COMUNALE;

 MASARACCHIA PIETRO PAOLO, NATO A PALAZZO ADRIANO IL 15.03.1950, IVI RESIDENTE, IMPIEGATO FORESTALE,

– PARRINO NICOLA, NATO A PALAZZO ADRIANO (PA) IL 15.12.1953, IVI RESIDENTE, IMPRENDITORE EDILE,

 D’UGO FRANCO, NATO A PALAZZO ADRIANO (PA) IL 27.11.1965, IVI RESIDENTE, OPERAIO,

 D’UGO PASQUALINO, NATO A PALAZZO ADRIANO (PA) IL 20.05.1961, IVI RESIDENTE, OPERAIO. 

 

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