Il Tesoro Proibito. Calici e stole, i gioielli di Monreale che dormono in un sotterraneo

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C’è un tesoro proibito che “dorme“ in un sotterraneo di Monreale. Tessuti, sculture di marmo, di bronzo, di legno, calici, pissidi d’argento, un autentico museo nascosto che attraversa i secoli dal tredicesimo al diciannovesimo.

Sono migliaia le opere d’arte conservate in un sotterraneo del Palazzo Arcivescovile di Monreale in attesa di un restauro che li riporti all’antico splendore e di locali idonei che li possano ospitare per esporli. E soprattutto delle risorse finanziarie necessarie per il restauro e l’esposizione. Fino ad allora rimarranno in questo scrigno chiuso al pubblico.

Entrare nel deposito che custodisce il tesoro della Diocesi di Monreale è un tuffo nel passato, attraverso oggetti che sono stati testimoni dell’evoluzione della fede cristiana negli anni. Solamente gli studiosi d’arte antica hanno il privilegio di venire a contatto con questi capolavori del passato, assieme agli allievi della direttrice del Museo Diocesano, la Prof.ssa Maria Concetta Di Natale dell’Università di Palermo.

La Curia di Monreale, infatti, non dispone di un luogo adeguato per la loro esposizione. Gli spazi del Museo Diocesano, inaugurato nell’aprile 2011, non consentono di ospitare altre opere. La soluzione potrebbe arrivare dalla ristrutturazione del vicino Palazzo Reale, che al momento ospita i lavori per la messa in sicurezza. Il suo recupero permetterebbe, oltre alla valorizzazione della biblioteca Torres, di organizzare in un piano un museo per i soli tessuti, unico in Europa. Ma il progetto, già elaborato dalla Fabbriceria del Duomo di Monreale, si scontra con gli elevati costi da sostenere. L’Arcivescovo di Monreale, Mons. Pennisi, infatti, mostra un preventivo di 4.400.000 euro e senza un intervento pubblico sarà pressoché impossibile avviare il cantiere.

Gli oggetti da restaurare sono migliaia e i costi da sostenere ingenti, proibitivi per i bilanci della Diocesi di Monreale, che può contare annualmente su un contributo di 39.000 € proveniente dal gettito dell’8 per mille dell’Irpef, equamente ripartito dall’ufficio Beni culturali tra Museo diocesano, archivio storico e biblioteca Torres.

I 13.000 € a disposizione del Museo sono destinati al recupero delle opere antiche ma è una somma troppo esigua. Quest’anno ha consentito di finanziare il restauro di una sola opera.

Rare le donazioni ricevute: solo nel 2013 il Rotary Club di Palermo e Monreale ha finanziato il restauro di un’importante opera, una Pietà, che sarà presentata nel periodo pasquale.

Per l’inaugurazione del 2011 il museo invece si è avvalso delle prestazioni gratuite di diversi restauratori. Si è trattato prevalentemente di giovani restauratori, accreditati presso la Soprintendenza ai Beni Culturali di Palermo.

Ma cosa sono e cosa hanno rappresentato questi gioielli “proibiti”? “L’opera storicizza nel tempo la fede – spiega Don Nicola Gaglio, parroco della Cattedrale di Santa Maria Nuova, nota semplicemente come il Duomo – Una pisside o un parato del ‘600 hanno tratti differenti da quelli di oggetti simili dell’800. Sia la cattedrale che la pisside che il parato vogliono dare un annuncio attraverso la bellezza così come veniva percepita in quel contesto storico. L’attenzione della Chiesa non è finalizzata a custodire qualcosa che è morto. Si tratta di pagine di oro, di bronzo, di argento, di stoffe che danno la percezione dell’atto di fede in quel preciso momento storico”.

All’interno del deposito, adeguatamente custodita, c’è una collezione di tessuti che da sola giustificherebbe l’allestimento di un museo. L’aria sa di canfora. I tessuti, più di un migliaio, di cui molti in buono stato di conservazione, suscitano sorpresa e ammirazione.

La vicedirettrice del Museo Diocesano, Lisa Sciortino, spiega come questo vasto patrimonio artistico consenta di studiare lo sviluppo dell’arte tessile siciliana nel corso dei secoli. Alla sua evoluzione ha certamente influito il gusto dell’epoca, ma anche dei committenti, per lo più alti prelati che spesso non erano siciliani.

Ed è un susseguirsi di stole, pianete, cotte, mitre, appartenenti agli stili più svariati e prodotte con tessuti e lavorazioni diverse.

Dagli stemmi ricamati sui tessuti, è possibile risalire al periodo di realizzazione. Su tanti parati sono riconoscibili le cinque torri disposte a scacchiera che portano immediatamente alla mente l’immagine del cardinale Ludovico De Torres, arcivescovo della Diocesi di Monreale dal 1588 al 1609.

Da un cassetto, l’arcivescovo Pennisi estrae la stola ricamata in oro del tardo ‘800 da lui indossata nell’aprile scorso in occasione dell’investitura ricevuta come Arcivescovo della Diocesi.

Sono tanti i tessuti ricamati in oro, ma i più preziosi sono quelli che hanno un telaio raro, come il paliotto con disegno in frasca, o la pianeta in velluto disegnato con stampigliatura a fuoco, o ancora i tessuti ricoperti da microperle.

Da una mitria l’infula si è staccata. Si può fare risalire facilmente la sua produzione al 1816-1844. E’ ancora visibile, infatti, lo stemma appartenente al vescovo Domenico Benedetto Balsamo, uguale a quello presente sul soffitto del palazzo arcivescovile che Balsamo fece restaurare, assieme al Duomo, dopo l’incendio del 1811.

Un’esplosione di colori su un’altra pianeta ricamata in seta e oro, è invece il distintivo inconfondibile delle maestranze siciliane di fine ‘600.

Un blasone, cucito sul piviale bianco dallo stolone ricamato, ci conduce a metà del 1700 e a un altro committente, uno dei pochi vescovi siciliani alla guida della Diocesi, Francesco Testa.

Basta aprire un altro cassetto per fare un salto all’indietro di almeno 50 anni, al tempo dell’arcivescovo Giovanni Roano, il cui parato è caratterizzato da splendidi ricami realizzati con fili di seta, pietre, perline e argento. Pregevole il reliquiario di San Luigi re di Francia, che conteneva cuore e viscere del santo.

Il deposito raccoglie anche una collezione privata di biscuit neoclassici donata dal monrealese Salvatore Renda Pitti ed esposta alla mostra temporanea “Bianche Figurazioni” allestita al Museo Diocesano nel novembre 2012. Uomo facoltoso, Renda Pitti raccolse un piccolo tesoro che alla morte, avvenuta nel 1992, lasciò alla Diocesi con il vincolo che fosse resa pubblicamente fruibile.

L’arcivescovo ha parole che fanno ben sperare: “Per noi è un raccontare non un mostrare. Le ricchezze vanno fruite da tutti, fanno cultura e diffondono la fede. La chiesa custodisce un patrimonio che non le appartiene”.

Luigi Gullo

Fonte: “La Repubblica” del 11/12/2013

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