Un caffè con Sarina Ingrassia (Intervista del 7 Settembre 2013)

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Arrivo puntuale, sollevo la tenda leggera, la porta è aperta, lei accovacciata sul tavolo è intenta a leggere. Non solleva neppure lo sguardo per vedere chi sta entrando, non era importante, perché LA PORTA E’ SEMPRE APERTA, UNA PORTA, DAL MOMENTO CHE LA APRI NON PUOI PIU’ CHIUDERLA (Di quale porta parla?).

La raggiungo, cerco di capire se mi sta aspettando : “Ricorda che avevamo un appuntamento?”, “Certo! Entra entra…”, alza lo sguardo e sorride. Ci salutiamo calorosamente e d’un tratto ho l’impressione di conoscerla da sempre.

Stavo leggendo questo libro incuriosita dal titolo, alla fine mi sono appassionata tanto da non riuscire a staccare dal leggere! Sapevate che Cina e India nel ‘700 erano vere e proprie potenze economiche e culturali? E adesso stanno rinascendo.. America ed Europa si credono superiori, invece, non lo sono affatto!-

Così lei è Sarina, 90 anni sulla carta d’identità, mentre sul volto, decisamente più giovane, l’attraversano come spiriti tra mente e cuore  mille storie.

 

Sarina, cosa l’ha spinta a realizzare tutto questo?

Ride di petto, ride di cuore.

Intanto tutto questo lo vedete voi e lo vedono tutti quelli di fuori. A me, invece, m pare di aver vissuto seduta a guardare un film la cui trama si sviluppava da sola; non mi sento l’iniziatrice, sento, invece, che tutto sia accaduto da sé. Se provaste a chiudere la porta, la gente la spingerebbe perché la gente che ha bisogno non guarda né l’orario, né se c’è gente.

 

Cosa c’era agli albori in questa casa?

Altra risata dolce, mai beffarda.

– Non c’era niente, era chiusa, abbandonata, puzzolente. Io e un gruppo di volontari l’abbiamo ripulita. Si c’era un bel gruppo di volontari, perché, qui apro una parentesi, da soli non si fa niente, bisogna stare con gli altri in qualche modo, in qualunque modo. Così divenne la casa di tutti.

L’ospitalità era selvaggia, non esistevano negli anni ’70 Servizi differenziati a seconda delle esigenze, era un centro d’emergenza. Da qui sono passate ragazze madri, tossicodipendenti, bambini.

Inizialmente ci recavamo al carcere minorile ma presto si pensò di avviare un’attività preventiva che potesse in qualche modo arginare il numero di minori istituzionalizzati.

Così cominciammo a guardarci intorno. C’erano in tutto 50 minori in colleggio e allora abbiamo cominciato a conoscerne tutte le famiglie e così scoprimmo che su 50 bambini sono 4 avevano un tessuto familiare sfaldato, il resto poteva tornare a casa e sostenuto con servizi sul territorio.

Le famiglie erano analfabete, i bambini avevano bisogno di essere sostenuti nell’apprendimento, dovevano andare a scuola, così, non essendoci pulmini comunali organizzammo un servizio di trasporto concordando il prezzo con un privato. Così vincemmo quella battaglia.

Il bisogno di un riferimento scolastico fu presto lampante, così ci attrezzammo di libri, quaderni e materiale didattico; alcuni bambini ci chiedevano di conservare i loro quaderni perché a casa i fratellini li avrebbero strappati.

E’ importante la lettura del territorio, non hanno effetto i progetti che nascono al di fuori del contesto per cui nascono. Vivendo la realtà del territorio impari quali sono i veri bisogni.

 

Quali sono i bisogni più urgenti del quartiere?

Le carenze si profilano maggiormente sotto il profilo socio-culturale.

Si ci sono difficoltà economiche ma se dovessi scegliere tra dare pane e dare cultura, sceglierei la cultura. In fondo nelle nostre società ormai nessuno muore di fame, della cultura non è facile percepirne il bisogno.

La maggior parte dei nostri ragazzi, del nostro quartiere, restano senza licenzia media o se l’ottengono è perché li promuovono per mandarli via. Analfabeti sono e analfabeti rimangono.

Un’altra esigenza pregnante è il lavoro con le famiglie, soprattutto con le mamme alle quali è delegata la responsabilità dell’educazione dei figli.

Sin dall’inizio abbiamo programmato incontri con le mamme del quartiere, prima sporadici, da circa 20anni ogni 15 giorni con il supporto di Assistenti Sociali, Psicologi e Psicomotricisti.

Quest’anno per esempio, le mamme stanno leggendo alcuni capitoli del piccolo principe. A volte le sento e penso: stanno diventando tutte psicologhe!.

Nel pomeriggio la porta è aperta per i bambini, per il sostegno scolastico.

E’ faticoso, perché i problemi che non si risolvono a scuola non si risolvono con il sostegno, tuttavia, quello che veramente importa è che si sentano accolti.

E’ stato un punto di riferimento per tanti, mi dicono è sbalorditivo! Ma io non ho fatto niente!!.

 

Cosa pensa dei Servizi Sociali del Comune di Monreale?

Tutto il lavoro svolto è sempre stato fatto raccordandoci con i servizi sociali territoriali e con le scuole.

Lo conosco benissimo il Servizio.

Ci fu un periodo in cui vi erano 6 Assistenti Sociali, fu un periodo di Auge.

3 dividevano il lavoro tra le frazioni e i vari quartieri, si lavorò bene, si fecero molte cose.

Adesso però, che il numero si è ristretto a 2, mi rendo conto di quanto sia difficile.

Da sempre invoco l’aiuto in particolare degli operatori di strada che stiano un po’ per strada con i giovani.

Non a pigliarli bisogna vivere con loro, non serve tirarli.

E’ lì che bisogna battere, la strada.

Se questo buco ha potuto dare un servizio è perché la porta è sempre aperta, la casa è sulla strada e la strada è nella casa.

La gente ha bisogno di fiducia.

Per loro i potenti sono dall’altra parte.

Quando sono venuta ad abitare qua, una vicina, dopo esser stata visitata da un medico, mi portò la ricetta e mi chiese se i medicinali prescritti fossero buoni. Ecco io non sono né medico né farmacista! (ride).

Loro hanno bisogno di fiducia, di credere nelle persone con cui parlano.

Noi isolani, siamo per natura diffidenti, la storia, con tutte le dominazioni che sono passate ci ha reso così, non ci fidiamo perché ci hanno sempre sfruttato.

 

Cosa rifarebbe o cosa cambierebbe?

Rifarei tutto! (ride ancora) perché tutte le volte che ho fatto delle scelte le ho fatte LIBERAMENTE; in quel momento le ho fatte credendo che fosse la cosa migliore da fare, quindi di cosa mi dovrei pentire? Quando vedo casi nuovi, difficili, inizialmente penso perché non passano all’altra porta? Poi si fermano e pian piano le cose si risolvono.

 

Può raccontarci un episodio tra tanti che le è rimasto impresso? 

Ce ne sono tantissimi…. una donna uscita dal manicomio criminale, in cui era stata rinchiusa dopo aver ucciso una bambina mentre le faceva il bagnetto, venne a stare da noi.

Ben presto smise di prendere medicine e riuscì a condurre una vita più o meno serena.

Una volta mi disse: “Io qua mi sento persona, perché se viene qualcuno io gli posso offrire il caffè!!”

A proposito volete caffè?

Esce dalla credenza le tazze nuove, le sue preferite dice, e due latte contenenti biscotti.

Si lascia aiutare nella preparazione, mi sento a casa mia.

Poi capisco, quella porta è aperta come il suo cuore.

Non chiede chi sei, cosa vuoi. Entri nella sua vita, prendi un caffè e te ne vai per la tua strada grata di aver visto tanta ricchezza in pochi metri quadrati, e te ne porti via un po’, un po’ di lei che non appartiene a nessuno e che è di tutti.

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