Joy Division – Closer (Factory, 1980)

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I Joy Division rappresentano un pezzo di storia tra i più importanti della musica rock, una storia poi divenuta leggenda quando, il 18 Maggio 1980, Ian Curtis leader e frontman della band, decise di lasciare per sempre questo mondo, suicidandosi nella sua casa di Macclesfield, ponendo per sempre fine alle sofferenze di una vita che gli ha tolto molto più di quanto gli ha dato, tra epilessia, problemi di cuore, depressione. Ma i Joy Division non erano solo il “mito” Curtis: la band inglese, formata da Bernard Sumner (chitarre e tastiere), Peter Hook (basso) e Stephen Morris (batteria) è stata una delle formazioni di culto tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, figlia tanto dell’estetica “Do It Yourself” del punk, quanto di quella decadente della new wave, ma anche del cantautoriato rock più classico di Bowie (il primo nome della band era Warsaw, in omaggio alla canzone “Warszawa” del duca bianco, conenuta in “Low”) e dei Doors (in cui la somiglianza è data dal timbro baritonale di Morrison e Curtis, oltre che dalla fine prematura che accomuna entrambi i leader). I testi sinceri, sofferti e poetici di Ian Curtis, sono probabilmente tra i pochi che valga la pena di leggere e analizzare attentamente, figli di un legame indissolubile tra la musica e la vita, e in questo caso anche la morte.

“Closer”, registrato nel marzo del 1980, e uscito un paio di mesi dopo la scomparsa di Ian, rappresenta il testamento spirituale del cantante mancuniano, un disco dall’aura gelida e inquietante, lontano da quel senso di rabbia che comunque contraddistingueva l’esordio “Unknown Pleasures”, e pervaso piuttosto da un senso di rassegnazione e dolore. Anche la copertina contribuisce a rafforzare questa sensazione, una foto di Peter Saville raffigurante una delle statue del cimitero monumentale di Staglieno, nei pressi di Genova. L’opener “Atrocity Exhibition”, avvolta in tribalismi percussivi alla Killing Joke, vede Ian trasformarsi in cicerone che ci indica la strada verso l’abiezione e il degrado: “Questa è la strada da seguire:entrate!”, ripete insistentemente. La successiva “Isolation” vede la danza moderna dei Pere Ubu sferzata da gelide folate di synth di marca Kraftwerk: la ritmica marziale e la batteria secca come lo schiocco di una frusta, rendono il brano ideale colonna sonora di un dancefloor infernale. “Passover” con il suo groove minimale e ipnotico, sfregiato dagli improvvisi inserimenti di chitarre e sintetizzatori, rappresenta un altro passo verso il baratro. “Colony” è uno dei brani più sottovalutati dell’album, pezzo dall’andatura “singhiozzante”, sembra una trasposizione in musica degli attacchi epilettici che colpivano frequentemente il povero Ian. “A Means To An End” è un altro pezzo quasi “ballabile”, che anticipa le future evoluzioni di Sumner, Hook e Morris nei New Order, e rappresenta il preludio a quelli che sono i grandi capolavori del disco. “Heart And Soul”: un giro di basso tra i più inquietanti mai composti, batteria scomposta, la voce di Curtis che pare provenire dall’oltretomba, e l’eterna lotta tra “Cuore e anima: uno brucerà”. Il mesto cerimoniale prosegue con “Twenty Four Hours”, brano che è un ultimo sussulto di rabbia: le chitarre ruggiscono, la batteria di Morris incalza, ma è un’illusione destinata a spegnersi presto, le parole di Ian non lasciano speranza: “Una nube incombe sopra di me, vìola ogni mio movimento, mentre mi aggiro negli abissi dei ricordi di quello che una volta era amore”. “The Eternal”, una delle cose più grandi degli ultimi trentacinque anni, una marcia funebre, con Ian Curtis impegnato a declamare l’orazione per quello che sarà il suo stesso funerale: “La processione avanza, il clamore è cessato, sia lodata la gloria dei cari estinti”. La voce è stanca, rassegnata, il pianoforte suona note strascicate, rintocchi lontani di batteria simili ai battiti di un cuore che sta per spegnersi. E poi,a chudere, “Decades”, il passo d’addio, una danza di synth tremolanti, l’angoscia esistenziale fatta Arte, l’eterno adolescente che diventa Sisifo dei giorni nostri: “Ecco i giovani, il peso sulle loro spalle, ecco i giovani, dove sono stati?”. Una ballata spettrale che chiude in maniera eccezionale un capolavoro irripetibile.

Sumner, Hook e Morris, come accennato, secondo un tacito patto che intercorreva tra i membri della band continueranno la loro carriera sotto un altro nome: New Order. Ma questa è decisamente un’altra storia.

Tracklist:

1.Atrocity Exhibition

2.Isolation

3.Passover

4.Colony

5.A Means To An End

6.Heart And Soul

7.Twenty Four Hours

8.The Eternal

9.Decades

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