Divieto di praticare atti di culto nella scuola pubblica, la lettera di un cittadino

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Gentile redazione di FiloDiretto

Sostengo, e fortemente sostengo che, in un paese migliore, certe realtà non dovrebbero esistere e che il riconoscimento dei diritti civili laici, è già inscritto nell’articolo 3 della Costituzione e nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Non scrivo per criticare gratuitamente, anche perché non sono antireligioso, ma vorrei contribuire con la mia opinione, in un paese pesantemente condizionato in senso confessionale, con un numero impressionante di chiese e processioni, a sottolineare quanto possa essere poco opportuno, proprio perché viviamo in un contesto multietnico, l’iniziativa di sottoporre a benedizione, tutte le scolaresche della scuola Pietro Novelli. Tutto ciò va nettamente contro la laicità dello Stato e della scuola pubblica, dal momento che il Pietro Novelli non è una scuola cattolica.

Il problema principale, in Italia, non è rappresentato dalla religione, un fenomeno peraltro in costante calo, è rappresentato invece dagli atteggiamenti supini di una classe politica incapace di distinguere tra laicità e clericalismo, tra sacro e profano, tra scienza e dogma, tra argomentazione e catechismo, tra diritti individuali e privilegi delle comunità di fede. È per questo che l’Italia è un paese dove si può essere censurati se qualcuno tenta di aprire un dibattito pubblico sull’esistenza o meno delle divinità e dove è praticamente impossibile ascoltare in televisione una critica alle gerarchie ecclesiastiche. 

Purché rimangano zitti.

Penso che si possa costruire, insieme, una società contraddistinta da un reale pluralismo e dal pacifico rispetto delle scelte individuali, e dei diritti individuali. Perché una società che accorda diritti a comunità su base religiosa o etnica è una società che indebolisce i diritti del singolo individuo.

Finché la stragrande maggioranza dei politici avrà atteggiamenti clericali, accogliendo senza discutere le più svariate richieste delle gerarchie ecclesiastiche, o, viceversa che siano stati altri ad invitare le gerarchie ecclesiastiche stesse, avremo questo tipo di iniziative, che non fanno bene all’intera comunità (a meno che non si avvii una seria ed equilibrata riflessione comune che riguardi tutti i credo e i non credo), ma soltanto a chi si erge portatore di un unico credo, di un’unica verità, cosa che non corrisponde alla realtà di tutti e tutte.

Cordialmente Marcello Pupella

 

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