LEONARD COHEN – SONGS OF LOVE AND HATE (COLUMBIA, 1970)

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Molti, probabilmente, indicherebbero nell’esordio “Songs Of Leonard Cohen” il suo album più rappresentativo: si tratta, in effetti, di una raccolta straordinaria, che contiene alcuni dei capolavori del cantautore canadese, da “Suzanne” a “Sisters Of Mercy”, da “So Long, Marianne” a “Hey, That’s No Way To Say Goodbye”. La nostra scelta è però caduta sul terzo album, “Songs Of Love And Hate”, il black album per eccellenza del “bardo di Montreal”, disco meraviglioso nella sua essenzialità, solo chitarra, voce, archi, cori, e poco altro. Amore e odio come entità indissolubili, come facce della stessa medaglia: non a caso “Love” e “Hate”, sono le parole tatuate sulle nocche di Harry Powell, il predicatore invasato, interpretato magistralmente da Robert Mitchum, del film “La Morte Corre Sul Fiume”, capolavoro del 1955 diretto da Charles Laughton, una favola nera ambientata nell’America più ingenua e puritana.

L’album si apre con “Avalanche”, e già basterebbe per consegnarlo alla leggenda: la chitarra suona un flamenco impazzito, gli archi a disegnare atmosfere gravi e plumbee, e poi parte la voce di Cohen, nasale e profonda (“Bene, io camminai in una valanga, essa coprì la mia anima”) che racconta di una storia d’amore e dannazione, di perdizione e dipendenza, che potrebbe essere dedicata tanto a una donna, che all’eroina (“Iniziai a bramarti, io che non avevo avidità, iniziai a chiedere di te, io che non avevo bisogno, tu dici di essere andata lontana da me, ma io posso sentirti quando respiri. Il secondo brano, “Last Year’s Man”, è una favola traboccante di amarezza e malinconia (“La pioggia cade sull’uomo dello scorso anno, quello è uno scacciapensieri sul tavolo, quella è una matita nella sua mano…E il lucernaio è come pelle per un tamburo che non riparerò mai, e tutta la pioggia cade giù amen, sui lavori dell’uomo dello scorso anno”), popolata da  personaggi come Giovanna D’Arco e Gesù. “Dress Rehearsal Rag”, è un pugno nello stomaco, la chitarra tambureggia un tempo dispari, la voce di Leonard diventa un lamento rabbioso, nel quale la vita, come recita il titolo, diventa “una prova generale in stracci”, un “lungo declino”. Con “Diamonds In The Mine”, l’aria diventa più leggera, ci troviamo di fronte a un country ubriaco e straccione, ma che ha un refrain che lascia comunque l’amaro in bocca “E non ci sono lettere nella cassetta della posta, e non ci sono acini sulla vite, e non ci sono più cioccolatini nella scatola, e non ci sono diamanti nella miniera”). “Love Calls You By Your Name” è forse il brano più “ottimista” dell’album, con quel mantra (“Una volta ancora, una volta ancora, l’amore ti chiama per nome”), ripetuto al termine di ogni verso. Non si può non notare come questo brano sia stato una fonte d’ispirazione per il Faber di “Amico Fragile”: il reiterato arpeggio di chitarra, il tono confidenziale, quasi da confessionale, la medesima intensità. Il brano successivo, “Famous Blue Raincoat” è il secondo capolavoro del disco, e, per chi scrive, il più bel pezzo in assoluto di Leonard Cohen: la storia, autobiografica, di un “triangolo” raccontata lievemente, a passo di valzer; la lettera di un uomo ferito, tradito due volte, dalla moglie (“Si, Jane è entrata con una ciocca dei tuoi capelli, ha detto che l’hai data a lei, quella notte che hai deciso di dire la verità”) e dal migliore amico (“E cosa posso dirti fratello mio, mio assassino? Cosa potrei mai dirti? Non so se mi manchi, non so se ti perdono”). Il tono è, inevitabilmente, amaro (“Hai offerto alla mia donna solo una scheggia della tua vita, e quando lei è tornata non era più la moglie di nessuno”), ma quello che più traspare è una sorta di rassegnazione: in questo caso amore e odio hanno lasciato spazio a un’apatica accettazione [“Se mai verrai qui, per Jane o per me (sappi che) il tuo nemico sta dormendo, e la sua donna è libera, Si, e grazie, per le ansie che hai tolto dai suoi occhi, Pensavo che fossero lì per sempre e quindi io non ci ho neanche mai provato”]. Quel “Sincerely, L. Cohen” conclude una delle “più eccezionali” confessioni in musica mai create. “Sing Another Song, Boys”, registrata live all’isola di Wight, serve a smorzare parzialmente la tensione in vista del gran finale, il terzo capolavoro, “Joan Of Arc”, conosciuta in Italia nella versione di De Andrè. La vergine eroina cristiana che conbatte per fede, diventa nella rilettura Coheniana una semplice donna, stanca di combattere (“Della guerra sono stanca ormai, al lavoro di un tempo tornerei, a un vestito da sposa o a qualcosa di bianco, per nascondere questa mia vocazione al trionfo ed al pianto”) e che solo al momento del rogo ritrova questa sua femminilità, consumando il suo primo e unico rapporto sessuale con il fuoco che la sta ardendo (“”E se tu sei il fuoco, raffreddati un poco, le tue mani ora avranno da tenere qualcosa. “E, tacendo, gli si arrampicò dentro ad offrirgli il suo modo migliore di essere sposa”).

“Songs Of Love And Hate”, se non si fosse capito, è un capolavoro, imprescindibile, nella discoteca di un appassionato di musica. Chi ancora non conoscesse Leonard Cohen, e un po’ lo invidio, scoprirà in quest’album delle autentiche gemme di illuminante bellezza.

  Tracklist: 1. Avalanche 2. Last Year’s Man 3. Dress Rehearsal Rag 4. Diamonds In The Mine 5. Love Calls You By Your Name 6. Famous Blue Raincoat 7. Sing Another Song, Boys 8. Joan Of Arc   Giacomo Messina

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