DIVERSABILITÀ: RICCHEZZA FAMILIARE E CAPITALE SOCIALE

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Prima di affrontare l’argomento “diversabilità” occorre fare una breve disamina su capitale sociale e famiglia.

La famiglia, come sappiamo, è luogo di relazione e di incontro in cui ogni entità contribuisce alla crescita e all’accoglienza dell’altro; è anche l’ambiente ideale dove promuovere la virtualità della crescita influendo sul cambiamento dei suoi membri.

Il capitale sociale, invece, riguarda la fiducia tra le persone, le attese di aiuto reciproco, la capacità di attivare reti, la solidarietà, la partecipazione e l’impegno della sfera pubblica, ma esso non potrebbe esistere se non vi fossero mondi di vita quotidiana, come la famiglia, nella quale esso è generato (Pier Paolo Donati).

Tutto ciò, spesso, viene meno nelle famiglie “diverse”, in quelle famiglie in cui è presente un figlio diversamente abile.

Si tratta di famiglie portatrici di specifici bisogni e che richiedono interventi di sostegno.

Essere genitore di un figlio con disabilità non è un ruolo che si sceglie e non si è mai preparati ad affrontare una responsabilità così faticosa e impegnativa.

Psicologicamente la nascita di un figlio disabile comporta per i genitori una situazione di perdita, la mancanza del bambino immaginario e una gran carica affettiva da investire sul figlio reale ma nella disabilità. Un figlio che mette in discussione abitudini e ritmi di vita e la capacità stessa di impegnare energie per garantire risposte adeguate alla richiesta di una genitorialità diversa.

E la famiglia con un disabile, spesso, si sente sola e realmente lo è.

E’ innegabile che tutto ciò porta a cambiamenti non previsti, ma questo dovrebbe tradursi in arricchimento, in risorsa per la famiglia se adeguatamente supportata dalla società.

Il processo di integrazione, però, seppur con importanti conquiste (anche legislative) e approcci di notevole apertura in campo sociale ed educativo, non è ancora del tutto funzionale a una reale ed effettiva inclusione del diversamente abile, dalla scuola alla società tutta.

La presenza del “diverso” non deve portare al crollo e alla chiusura, ma deve poter dare forza, energia e sollecitare una positiva consapevolezza anche nella dimensione del limite e soprattutto una nuova pratica del diritto di cittadinanza, con l’avvio di percorsi di solidarietà sociale e di corresponsabilità nelle scelte politiche.

Giuseppe Pontiggia scrive in un suo libro dedicato al figlio che i disabili “nascono due volte”: la prima li vede impreparati al mondo; la seconda, quella del mondo sociale, resa più difficile dall’esito della prima, è affidata all’amore e all’intelligenza degli altri.

E’ proprio così! Andare oltre il pregiudizio dell’handicap si può, ma è possibile solo educando tutti quelli che non essendo disabili, pensano in qualche modo di non essere sottoposti a nessun handicap.

Inclusione significa apertura al diverso, alla diversità che è nell’altro, in ogni altro; significa rileggere il limite dentro le logiche più ampie della possibilità, dell’“ulteriorità” e della creatività.

L’unica e autentica inclusione del disabile non è quella che si combatte a livello materiale o sociale, ma anche e soprattutto quella che passa attraverso un’azione culturale di presa di coscienza dell’uomo, del fatto che in se stesso è limite che rinvia ad altro.

Ed è proprio il “diverso” con cui dovremmo confrontarci ogni giorno…perché proprio dove la vita è molto limitata, può essere colto il vero senso di essa!

 Patrizia Roccamatisi

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