Il due novembre ricordiamo l’Antologia di Spoon River

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tusa big

Novembre, cuore dell’autunno, segna il malinconico passaggio dalla gioiosa estate al severo inverno. Questo periodo viene vissuto come tempo d’angoscia specie per noi isolani, così romanticamente meteopatici da accusare la mancanza del sole non appena una nuvola ne copre la visuale. Il recente cambio di lancette, che rende le giornate più buie, ricalca il senso di sublime e, passando dal Duomo del paese un brivido percorre la schiena di chi legge il monito del grande orologio della cattedrale che recita più o meno in italiano “non sai quando sarà la tua” riferendosi all’ora della morte appunto. In questo clima il due novembre, giornata dedicata alla commemorazione dei defunti ma volgarmente chiamata “la festa dei morti”, si usa recarsi presso i cimiteri che d’un tratto si riempiono tanto di vivi quanto di morti e, tutti assieme, riavvicinati nel pensiero del ricordo in uno spazio ad esso dedicato, si riuniscono in un tempo determinato per una frazione d’infinito, legando ciò che si muove nello spazio e nel tempo con ciò che, invece, vaga. Secondo la tradizione, il due mattina, i defunti lasciano ai parenti più piccini dei doni presso la cucina della loro dimora, segno tangibile di un legame saldo tra passato e presente, a ricordo di uno stesso sangue che è ancora in circolo per la terra. Tali riflessioni portano a chiedersi “cosa mai ci direbbero i defunti se potessero ancora comunicare con noi?”. Sulla scia di questa domanda nasce il mio suggerimento a leggere la celebre Antologia di Spoon River, raccolta di epitaffi del poeta Edgar Lee Masters che vennero pubblicate tra il 1914 e il 1915. Ogni poesia racconta la vita di ciascuna persona sepolta presso il cimitero di un piccolo paesino immaginario. Supponete di varcare il cancello di questo camposanto, di camminare lentamente lungo i sentieri silenti e di fermarsi di fronte ad ogni singola lapide, aspettando pazienti finché, pian piano, un’eco lontana vi raggiunge a proferir parole di chi non c’è più. Parole di gente mai conosciuta in vita che ci dona un tratto del loro io più vero, in un breve epitaffio, dopo la morte. Andata in frantumi la loro maschera sociale possono esprimersi nella più ampia libertà di pensiero, così ampia che spesso noi vivi ci auto-censuriamo pur di non permettercela. A tal proposito propongo un epitaffio, quello del signor Cassius Hueffer : “Sulla mia pietra hanno inciso le parole : la sua vita fu generosa, e gli elementi in lui così commisti Che la natura potrebbe levarsi a dire al mondo intero : questi fu un uomo>>. Coloro che mi conobbero sorridono Leggendo questa vuota retorica. Il mio epitaffio doveva essere : la vita non fu generosa con lui, e gli elementi in lui così commisti che fece guerra alla vita, e ne fu ucciso>>. Da vivo ho dovuto soccombere alle malelingue, ora che sono morto mi tocca sopportare un epitaffio scolpito da uno sciocco!”. Con l’avvento della morte che priva il volto della maschera sociale, prontamente i vivi tendono a “truccare” il volto nudo del defunto, colorandolo di una bontà e di una riconoscenza forse mai provata mentre il pover uomo era in vita. Già, perché sopra questa superficie terrestre siamo come “mala erba”, non per nulla si dice “l’erba tinta un more mai”; ma, non appena ci apprestiamo a far da concime, ecco che la nostra anima viene beatificata attraverso il ricordo della mala erba ancora in vita. Cassius Hueffer si ribella per l’ingiustizia provocata da una menzogna e dall’aldilà fa sentire il suo dissenso. Forse perché il VERO è il fulcro della ricerca dell’anima, non soltanto meta di vita, per questo non può arrestarsi neppure quando la parte materiale di noi cessa d’esserci. Nella ricorrenza della “festa dei morti” il pensiero vaga verso queste anime e si chiede cosa potrebbero dirci oggi, non immaginandoli lontani ma parte di noi e del nostro cosmo, ricordando il monito della necropoli di Montelepre che recita “eravamo come voi, sarete come noi”.

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